Parola al Parroco

Nello spazio qua sotto, vengono via via inserite le omelie festive di Padre Albino De Giobbi, parroco delle nostre chiese.

 

Nel blog,  "PENSIERI DI PADRE ALBINO", invece, potrai  trovare pensieri, riflessioni e meditazioni: puoi entrarci cliccando nella scritta sottostante.

Sorride PENSIERI DI PADRE ALBINO Cool

OMELIA DEL 24.04.2016

(Omelia del 24.04.2016 - 5^dom. di Pasqua)

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OMELIA DEL 06.03.2016

(Omelia del 06.03.2016 - 4^dom. di Quaresima)

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OMELIA DEL 28.02.2016

(Omelia del 28.02.2016 - 3^dom. di Quaresima)

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TEMPO DI GUARDARE IN ALTO

(Omelia del 21.02.2016 - 2^dom. di Quaresima)

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SINTESI SCRITTA:

Nelle letture di oggi siamo invitati ad un cambio di un punto di vista, per poter leggere la nostra storia e quella del mondo: Abramo viene invitato ad uscire; san Paolo invita a cambiare la direzione dello sguardo; Gesù porta i tre Apostoli sul Monte.

In ogni lettura l’invito è a guardare il cielo, cioè a guardare in alto, e ad allontanarci un po’ dalla gravità e dalla pesantezza della terra; così sentiamo più leggera la nostra vita, il nostro camminare. Per Abramo il cielo è stellato; per san Paolo è il luogo della nostra cittadinanza, in contrasto con l’attaccamento delle cose, alla terra; per Pietro, Giacomo e Giovanni, il cielo si apre e diventa manifestazione di Dio nella Persona di Gesù. Ecco che cos’è la “Trasfigurazione”. Cioè dobbiamo tenerla presente in questo cammino quaresimale perché deve aumentare il desiderio e la gioia della Pasqua. La Pasqua non può capitare da un giorno all’altro; deve nascere in noi il desiderio di una risurrezione, dobbiamo sentire in noi la voglia di risorgere, dobbiamo far nascere in noi quell’ansia di andare incontro a quella “vita nuova” che Gesù continuamente ci propone.

QUARESIMA: ANDIAMO INCONTRO ALLA VITA!

(Omelia del 14.02.2016 - 1^dom. di Quaresima)

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SINTESI SCRITTA:

Il Tempo di Quaresima non è un tempo di tristezza; è un tempo nel quale, camminando, dobbiamo sentire che in noi nasce una gioia, perché la mèta del cammino è la Pasqua del Risorto.

Non andiamo incontro alla morte, andiamo incontro alla vita!

Se noi dovessimo affrontarlo da soli, non ce la faremmo mai ad attraversare il deserto della nostra vita; ma non camminiamo da soli: noi camminiamo con Gesù, per arrivare alla Sua e nostra Pasqua. Soltanto dobbiamo essere capaci di lasciarci condurre da Lui.

La tentazione è un momento di prova da cui la nostra vita può uscirne rafforzata o indebolita, a seconda del modo con cui noi affrontiamo questi pericoli della nostra vita. Possiamo cedere, possiamo cadere, ma possiamo anche resistere e uscirne vittoriosi, dalla tentazione, da questi pericoli, da questo combattimento; ma sempre sorretti dalla grazia dello Spirito, perché Gesù ci ha affidati al Suo Spirito.

Che cosa ci salva dagli sbandamenti umani, dai nostri naufragi? E’ il pensiero di un Dio Padre amoroso; è questo che ci salva, che ci fa trovare la bellezza della nostra vita, che ci fa gustare il bene, il vero.

La Quaresima è il tempo in cui dobbiamo riscoprire la fortezza della Parola di Dio, averla più a portata di mano, ascoltarla con più amore; perché orienta  i nostri pensieri, le nostre parole, i nostri sentimenti, le nostre azioni; cioè illumina praticamente la nostra vita. E’ con questa che il credente può affrontare qualunque pericolo, qualunque tentazione. Noi dobbiamo essere capaci di vivere di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Ecco l’importanza dell’ascolto della Parola e della Celebrazione domenicale di questa Parola, che poi diventa Pane spezzato per la nostra vita eterna.

In questo Tempo di Quaresima, tempo di Misericordia, la Parola di Dio ci guidi e ci faccia maturare nel cammino di fede, per vivere poi una Pasqua di Risurrezione!

LA NAVIGAZIONE CONTINUA...

(Omelia del 07.02.2016 - 5^dom. del Tempo Ordinario)

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SINTESI SCRITTA:

Dopo 2000 anni e più di storia, Gesù continua a garantire la navigazione, quel cammino, quella rotta verso la vita eterna; perché è lì la nostra mèta finale.

Dobbiamo essere capaci di avere sempre in  mente e nel cuore la mèta che dobbiamo raggiungere, che è la vita eterna. Che vogliamo dalla nostra vita, vivere eternamente su questa terra? E’ impossibile, non è nelle nostre possibilità. Ma entrare nella vita eterna, cioè vivere, questo è dono di Dio, non è nelle nostre forze. Ecco perché Pietro dice: “Allontanati da me che sono peccatore”. Ma forse dobbiamo avere il coraggio anche noi di ripeterlo spesso quando ci accostiamo all’ascolto della Parola e al Pane spezzato. Forse non ci rendiamo conto che noi stiamo ascoltando e ricevendo il Cristo, cioè Dio; cioè Colui che ci ha creati, Colui che è la nostra vita, e che sarà la nostra felicità per sempre. E’ questo pensiero che ci dà forse questa capacità di tornale nella Casa di Dio e di fermarsi, di pregarlo, di invocarlo, di adorarlo e imparare ad amarlo.   

OMELIA DEL 31.01.2016

(Omelia del 31.01.2016 - 4^dom. del Tempo Ordinario)

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OMELIA DEL 24.01.2016

(Omelia del 24.01.2016 - 3^dom. del Tempo Ordinario)

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OMELIA DEL 17.01.2016

(Omelia del 17.01.2016 - 2^dom. del Tempo Ordinario)

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OMELIA DEL 10.01.2016

(Omelia del 10.01.2016 - Battesimo del Signore)

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OMELIA DEL 06.01.2016

(Omelia del 06.01.2016 - Epifania del Signore)

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OMELIA DEL 03.01.2016

(Omelia del 03.01.2016 - 2^dom. dopo Natale)

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OMELIA DEL 01.01.2016

(Omelia del 01.01.2016 - Maria santissima Madre di Dio)

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OMELIA DEL 27.12.2015

(Omelia del 27.12.2015 - Santa Famiglia di Nazareth)

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OMELIA DEL 25.12.2015

(Omelia del 25.12.2015 - Natale del Signore)

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OMELIA DEL 20.12.2015

(Omelia del 20.12.2015 - 4^dom. di Avvento)

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OMELIA DEL 13.12.2015

(Omelia del 13.12.2015 - 3^dom. di Avvento)

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OMELIA DEL 08.12.2015

(Omelia dell'8.12.2015 - Immacolata Concezione della BV Maria)

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OMELIA DEL 06.12.2015

(Omelia del 06.12.2015 - 2^dom. di Avvento)

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OMELIA DEL 29.11.2015

(Omelia del 29.11.2015 - 1^dom. di Avvento)

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OMELIA DEL 22.11.2015

(Omelia del 22.11.2015 - Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo re dell'universo)

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OMELIA DEL 15.11.2015

(Omelia del 15.11.2015 - 33^dom. del Tempo Ordinario)

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L'ESSENZIALE NEL DONO

(Dall'omelia del 08.11.2015 - 32^dom. del Tempo Ordinario)

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SINTESI SCRITTA:

Il nostro credere in Gesù ci deve far capire che dobbiamo essere capaci di misurare la nostra generosità non su quella degli altri ma su quella del Cristo, che ha dato tutto per ciascuno di noi.

Le Letture ascoltate mettono in evidenza la grande libertà delle due vedove, che non calcolano la loro generosità con criteri umani ma sanno vivere con capacità di condivisione e di dono. Esse sono povere, ma sanno arricchire con la loro povertà.  

In un suo discorso san Giovanni Paolo II esortava così: “Siate fonte di speranza, siatelo in mezzo ad una società che, troppo assetata di beni materiali e di piaceri temporali, può smarrire le ragioni della speranza. Tocca a voi credenti cambiare strada: siate fonti di vita, siatelo in un mondo oppresso e sconvolto dalla solitudine e dal dolore. Fate compagnia a quelli che sono soli: e voi stessi sarete meno soli; confortate coloro che soffrono: e voi stessi sarete consolati; testimoniate una carità attiva: e la vostra vita splenderà di pace e di gioia. Così sarete veramente fonte di vita”. Questo è quanto diceva già Giovanni Paolo II, e Francesco continua sulla medesima strada.

La Parola di Dio in questa domenica invita a immergerci in una logica, in uno stile di vita particolarmente cari a Gesù e a tutto il Suo insegnamento. Una logica e uno stile di vita caratterizzati dal dono di sé, non soltanto di qualche cosa. La generosità si misura sulla capacità di lasciarci coinvolgere nelle situazioni con le quali si entra in rapporto. Non è commiserazione, ma è condivisione. La generosità, la logica del dono, si colgono prima di tutto dalla disponibilità a mettersi in gioco, a lasciarsi coinvolgere con tutta la propria vita.

Gesù cos’ha fatto per noi? Egli non ha donato delle cose, delle monete (ma con delle monete è stato venduto), Egli ha donato la Sua libertà; ha donato serenità, gioia, salute, ma soprattutto ha donato la salvezza, la libertà dal peccato e dalla morte. Non ci pensiamo a questo. Con la Sua morte ha donato la vita a ciascuno di noi, ha donato tutto. Cristo è apparso per annullare il peccato e ha donato il sacrificio di Sé stesso.

Ogni dono che noi facciamo, che richiede spirito di vita, rinuncia, non sarà mai dimenticato dal Padre che abbiamo nei cieli. Questo significa vivere la carità: dare qualcosa di nostro, che riguarda la nostra vita, per l’elemosina, per dare ai poveri parte della nostra vita. “Beati i poveri in spirito – è una parte delle Beatitudini – perché di essi è il Regno dei cieli”. E se noi non intraprendiamo questa strada, saremo ancora molto lontani dal possedere il Regno dei cieli. E allora rischiamo molto della nostra vita terrena; tanta fatica, tante sofferenze, tanti dolori, tante incomprensioni, per presentarci a Dio a mani vuote, perché ci è mancato l’essenziale nel dono: cioè il dono della nostra vita e del nostro cuore; non qualcosa di superfluo, di troppo, ma qualcosa per vivere, per dare la vita anche all’altro.

OMELIA DEL 01.11.2015

(Omelia del 01.11.2015 - Solennità di Tutti i Santi)

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OMELIA DEL 25.10.2015

(Omelia del 25.10.2015 - 30^dom. del Tempo Ordinario)

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OMELIA DEL 18.10.2015

(Omelia del 18.10.2015 - 29^dom. del Tempo Ordinario e Giornata missionaria mondiale)

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OMELIA DEL 11.10.2015

(Omelia del 11.10.2015 - 28^dom. del Tempo Ordinario e Festa Madonna del Rosario)

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OMELIA DEL 04.10.2015

(Omelia del 04.10.2015 - 27^dom. del Tempo Ordinario e X^Giornata per la custodia del creato)

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OMELIA DEL 27.09.2015

(Omelia del 27.09.2015 - 26^dom. del Tempo Ordinario)

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OMELIA DEL 20.09.2015

(Omelia del 20.09.2015 - 25^dom. del Tempo Ordinario)

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OMELIA DEL 13.09.2015

(Omelia del 13.09.2015 - 24^dom. del Tempo Ordinario)

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OMELIA DEL 06.09.2015

(Omelia del 06.09.2015 - 23^dom. del Tempo Ordinario)

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OMELIA DEL 30.08.2015

(Omelia del 30.08.2015 - 22^dom. del Tempo Ordinario)

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OMELIA DEL 23.08.2015

(Omelia del 23.08.2015 - 21^domenica del Tempo Ordinario)

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OMELIA DEL 16.08.2015

(Omelia del 16.08.2015 - 20^domenica del Tempo Ordinario)

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OMELIA DEL 15.08.2015

(Omelia del 15.08.2015 - Solennità dell'Assunzione della beata Vergine Maria)

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OMELIA DEL 09.08.2015

(Omelia del 09.08.2015 - 19^domenica del Tempo Ordinario)

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OMELIA DEL 07.08.2015

(Omelia del 07.08.2015 - Festa del patrono San Donato)

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OMELIA DEL 02.08.2015

(Omelia del 02.08.2015 - 18^domenica del Tempo Ordinario)

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OMELIA DEL 19.07.2015

(Omelia del 19.07.2015 - 16^dom. del Tempo Ordinario)

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OMELIA DEL 12.07.2015

(Omelia del 12.07.2015 - 15^dom. del Tempo Ordinario)

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OMELIA DEL 05.07.2015

(Omelia del 05.07.2015 - 14^dom. del Tempo Ordinario)

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OMELIA DEL 28.06.2015

(Omelia del 28.06.02015 - 13^dom. del Tempo Ordinario)

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OMELIA DEL 21.06.2015

(Omelia del 21.06.2015 - 12^ dom. del Tempo Ordinario)

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DIO AGISCE DENTRO DI NOI

(Omelia del 14.06.2015 - 11^ domenica del Tempo Ordinario)

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SINTESI SCRITTA:

Tutti noi siamo chiamati a continuare l’opera della Redenzione: a ciascuno Dio ha affidato un compito, un progetto da realizzare; e se non riusciamo a realizzarlo, il progetto di Dio rimane “bucato”. E chi lo può riempire? Nessuno. Perché nessuno può compiere il compito che Dio ha dato a me o ha dato a te; se io non lo compio, rimane buco. Nella chiamata a collaborare per la realizzazione del Regno di Dio dobbiamo essere pazienti, perché l’iniziativa viene da Dio, non da noi; e la crescita del seme non dipende da noi, ma da Dio. Ce lo dice chiaramente: “Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce”. Come? Non lo sappiamo. E così la nostra vita: che noi ci diamo da fare da mattino a sera, o che dormiamo, o che siamo annoiati, o che siamo nella felicità, la nostra vita prosegue un cammino, spesse volte oscuro, imprevedibile, ma cammina. L’importante è avere nel nostro cuore quel progetto che Dio ha stabilito sulla nostra vita. E dobbiamo invocarLo, pregarLo per poterlo conoscere questo progetto, perché Lui ce lo fa conoscere giorno dopo giorno; non in una volta sola; ogni giorno ci fa conoscere quel tassello che noi dobbiamo sistemare in questo progetto meraviglioso che Dio ha stabilito sulla nostra vita. Occorre quindi comprendere che Dio agisce dentro di noi. Ma non conosciamo né i tempi né i modi della Sua azione, e questo ci rende difficile il vivere con uno stile di fiducia, di fede, di abbandono in Dio. Lui ci chiede di non affidarci ai nostri progetti, ai nostri meriti, ma piuttosto alla promessa della Sua presenza. Lui ci ha promesso: “Io sono con voi tutti i giorni”. E’ qui la difficoltà della nostra vita di credenti: di scoprire la Sua presenza; perché fin quando noi non la scopriamo, viviamo così, perché il tempo passa; ma dal momento in cui abbiamo scoperto che Dio è presente nella nostra vita, non possiamo più vivere come prima, dobbiamo rivoluzionarla la nostra vita.

La Parola che abbiamo ascoltato, le parabole, ci raccontano che il nostro compito è semplicemente seminare, cioè gettare il seme nella terra; questo è il nostro compito. Il contadino passa ogni giorno al campo per lodare Dio, mentre pazientemente attende che le piantine abbiano affondato le radici nel terreno e possano produrre il frutto; aspetta paziente. La vita, sembra dirci la parabola – non solo la vita della fede, ma la vita nostra di tutti i giorni – va così come Dio ha deciso, non come decidiamo noi; è Lui l’Autore, il Creatore della nostra esistenza, non siamo noi.

Abbiamo bisogno di un rinnovamento continuo. Ma la nostra vita non si rinnova con la formulazione o l’osservanza delle leggi; la nostra vita si rinnova attraverso il ritrovare la freschezza del nostro amore, quell’amore che viene da Dio, non da noi. E la parabola del seme che cresce da solo racconta di una potenza nascosta nella piccolezza, che messa a contatto con la terra ha un ciclo autonomo, efficace, di produzione. E così la nostra vita, carissimi, dobbiamo essere capaci di buttarla nel terreno che Dio ha fatto della nostra vita umana. Ma dentro questo terreno della nostra umanità c’è la Sua presenza; ed è questa presenza che farà maturare il seme della Sua Parola. Noi facciamo quanto ci è chiesto dal servizio che siamo chiamati a rendere, ma poi come ogni buon contadino nutriamo una grande fiducia nella bontà del seme e nella fecondità della terra. E così è la nostra vita: dobbiamo anche noi, in questo seme che è la Parola, vederne la bellezza e la bontà, e poi produrrà… se teniamo il nostro cuore e la nostra vita aperti all’accoglienza di tutti.

GESU' MI AMA, IO AMO GESU'

(Dall'omelia del 07.06.2015 - Festa di Prima Comunione)

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SINTESI SCRITTA:

“Fare Comunione con Dio”, “ricevere la Vita”, sono due espressioni per dire la stessa cosa, cioè: il Signore della Vita entra nella nostra vita, e ci dà vita; questa è l’Eucaristia! Vorrei comunicarvi – ai bimbi innanzitutto, e poi a voi genitori e tutti voi presenti – alcuni pensieri che ci aiutano a far festa oggi, e a far sì che questa festa non termini questa sera ma abbia un seguito; un seguito molto frequente, perché sono questi i momenti nei quali noi possiamo ritrovare la forza di affrontare tutti i travagli della nostra vita.

Tre pensieri: Gesù è presente con noi – Gesù è il vostro amico divino – Gesù ci attende sempre.

(1°) Gesù è morto ed è risorto, è salito al cielo; ma ha voluto mantenere con noi, in tutti i luoghi della Terra, la Sua presenza: ecco l’Eucaristia. E’ davvero un’invenzione divina, l’uomo non poteva pensare una cosa così, Dio l’ha pensata. E nella Celebrazione della Messa, ecco, avviene questa invenzione divina: Dio, facendosi uomo, entra nella nostra umanità. Gesù quindi ha voluto rimanere con noi per sempre. Per sempre, ricordatevelo. Gesù ha voluto unirsi intimamente a noi nella santa Comunione, per dimostrare che cosa? Il Suo amore profondo, direttamente e  personalmente dato a ciascuno di noi. Ognuno può dire: “Gesù mi ama, io amo Gesù”; ecco il centro di questa festa di Prima Comunione. Gesù è presente nell’Eucaristia, per essere incontrato, amato, ricevuto, consolato. Dovunque c’è il sacerdote lì è presente il Cristo, perché la missione e la grandezza del sacerdote sta proprio nella Celebrazione e nella Riconciliazione che offre a tutti. Cari bimbi, ricevete spesso Gesù; in Lui troverete sempre quell’amico che non vi tradirà mai, sarà sempre il “grande amico divino”.

(2°) Secondo pensiero: Gesù è il vostro più grande amico, carissimi bimbi. Certamente voi avete tanti amici, ma non potete stare sempre con loro, e non sempre essi possono stare con voi.  Gesù invece è l’amico che non vi abbandona mai; Gesù vi conosce uno per uno, personalmente; partecipa alle vostre gioie; vi consola nei momenti difficili della vostra vita. Gesù è l’amico di cui non si può fare a meno. Quando lo si è incontrato, quando si è capito che ci ama e vuole il nostro amore, non possiamo più farne a meno.

(3°) Gesù ci attende, l’altro pensiero. La vita, lunga o breve, è un viaggio verso il Paradiso – l’abbiamo visto nella preparazione – perché è lì la nostra patria, dove non cambieremo più, dove ci sarà quella gioia piena che noi oggi sentiremo quando Gesù verrà nella nostra vita. E Gesù ci aspetta tutti in Paradiso, tutti. Non dimenticate mai questa verità suprema, profonda, grande, che conforta, che sostiene la nostra vita. E che cos’è la santa Comunione se non un Paradiso anticipato? Se il Paradiso è vivere con Dio, nella Comunione questo Dio è dentro di noi, quindi dobbiamo pregustare quella gioia che un domani sarà piena, e che nessuno più ci potrà rubare: oggi la possiamo perdere, ma in Paradiso no. E’ il momento particolare  in cui dovete essere molto attenti a ciò che Gesù porterà nella vostra vita.  Gesù è venuto ad abitare in mezzo a noi e noi dobbiamo esserne grati. Gesù in questa Celebrazione di Comunione viene in mezzo a noi, perché vede la continuità con il Suo Vangelo e con la Sua Parola di verità, vede la realizzazione del Suo desiderio di vedere i bimbi che vanno da Lui. E’ l’occasione di ridonare Se stesso, nella concretezza del Suo Corpo e del Suo Sangue, che viene nel vostro cuore. E’ la felicità che voi dovete sentire in questo giorno, carissimi bimbi.

Concludo dicendo a voi, bambini e bambine: mantenetevi degni di quel Gesù che ora ricevete; siate innocenti, generosi, impegnatevi a rendere bella la vostra vita, a essere attenti alla Parola di Gesù, con la gentilezza, con la buona educazione. Il segreto della gioia che cos’è? E’ la bontà della nostra vita, carissimi bimbi. Quanto più voi sarete buoni, tanto più sarete gioiosi!

E ora, per concludere, permettete un pensiero di chiusura anche a voi genitori e a voi tutti qui presenti. A voi genitori e parenti dico con fiducia (ma con ansia, perché la realtà del nostro mondo è tutt’altro): amate i vostri bimbi, rispettateli, edificateli, siate degni della loro innocenza, del mistero racchiuso nella loro anima (spirito creato direttamente da Dio). Essi, i vostri figli, hanno bisogno di amore, di delicatezza, di buon esempio, di maturità; non trascurateli, non traditeli. Carissimi genitori, se Dio ha tanto amato vostro figlio, vostra figlia, voi siete obbligati a sperare che tanto amore non sia vano, che tanto amore non vada perduto. Ripromettetevi di non sentirvi mai delusi di vostro figlio, qualsiasi cosa gli possa capitare nella vita; nessuna influenza negativa esterna potrà essere più grande dell’influenza positiva che la Comunione con Dio ha esercitato in lui in questo giorno. Se avete preso sul serio la sua Comunione con Dio, se avete creduto che la grazia è scesa nel vostro figlio, nella vostra figlia, ora avete anche l’obbligo di sperare. E la speranza cristiana non è un augurio o un pio desiderio, la speranza cristiana è una ragionevole previsione del futuro, basata sulla promessa che Dio ha preso l’iniziativa, e nella Comunione ha solidarizzato con noi tutti. E se vi siete provati a credere in vostro figlio, nella vostra figlia, fino a sperare che il suo centro sia Dio stesso, come non potete amarli di più da oggi in avanti? Ecco l’augurio che faccio a tutti voi, genitori presenti e bimbi: siate lieti nel Signore! Ve lo ripeto: siate lieti. Non è facile, perché il mondo ci porta sempre lontano da questa gioia. Io sento l’amore che Gesù ha predicato nel Vangelo di oggi a noi tutti, e che si vede realizzato nell’essere voi  bimbi divenuti un gruppo, di avere coinvolto le vostre famiglie, tutti gli invitati, di aver fatto circolare un sentimento che tocca e trascina verso quella gioia piena che deve essere eterna nella nostra vita, non deve passare questa sera ma anzi dovrebbe continuamente aumentare per poter dare vita a ciò che noi ora stiamo celebrando. Ecco, questo raccomando a tutti voi genitori, e noi adulti: facciamo attenzione a non tradire ciò che oggi avviene nel vostro figlio, nella vostra figlia.

DIO E' PADRE, E' FIGLIO, E' SPIRITO SANTO

(Dall'omelia del 30.05.2015 - Santissima Trinità)

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SINTESI SCRITTA:

Abbiamo iniziato questa Celebrazione nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: una semplice formula, che esprime la sublimità e la profondità del Mistero di Dio. Forse non ci pensiamo mai, ma nel “Segno di Croce” noi facciamo questa Professione nella verità profonda di Dio. Dio è questo, Dio non è uno solo: Dio è Padre, è Figlio, è Spirito Santo. Con questa semplice formula noi riveliamo quella profondità dell’essenza di Dio; quel Dio che noi, per mezzo dello Spirito, chiamiamo “Padre”; quel Dio che, per mezzo dello Spirito, noi possiamo conoscerLo, amarLo e raggiungerLo, e la strada ci è stata indicata da Suo Figlio Gesù. La formula del Battesimo è anche questa una Confessione di fede, perché “nel nome delle tre Persone” – che non è semplicemente una verità, un dogma –  è una continua relazione tra loro, e con noi. Ecco il Mistero della Trinità. Ecco perché è importante capire questa solennità, che in fondo è il Mistero principale della nostra fede. La Santissima Trinità, che è la sintesi praticamente di tutto il cammino liturgico, ci fa comprendere quale ricchezza Dio, per mezzo del Suo Amore e per mezzo del Suo Figlio, ha rivelato sulla nostra vita.

Difficilmente noi pensiamo alla Trinità. Noi pensiamo a Dio, pensiamo a Gesù, alle volte forse ci viene in mente anche lo Spirito Santo, ma non pensiamo mai che questa è la Verità fondamentale della nostra fede. E’ la “Verità” suprema, non scoperta da uomini ma “rivelata da Dio”.  Questa festa della Trinità deve entrare e abitare nella nostra vita, perché abbiamo bisogno di questo Dio che è in relazione continua col Figlio e con lo Spirito, e con noi. Dio dal momento che ci ha creati non può dimenticarci; ma noi sì, lo dimentichiamo, se non è lo Spirito che ridesta in noi la Sua presenza. Una presenza fortificante, una presenza vivificante, una presenza santificante, della nostra vita. E allora ecco il salmista dice: “Beato il popolo scelto dal Signore”, cioè noi siamo scelti. E siamo scelti non perché siamo più bravi o più ferventi degli altri, ma perché ci ha fatti Suoi figli; e qui entra il nostro privilegio di essere chiamati figli di Dio. E se noi siamo veramente figli, ecco che lo Spirito ci dà la forza di chiamare Dio “Padre”. Non c’è nessun’altra fede che chiama Dio “Padre”; perché nessun’altra fede ha queste relazioni di figliolanza col proprio Dio. “L’anima nostra – dice sempre il salmista – attende il Signore: perché è sempre lui il nostro aiuto, la nostra difesa, ed è sempre su di noi il suo amore”. Ed è per questo che noi possiamo sempre sperare nel Suo perdono e nella Sua misericordia; perché sappiamo che il Suo amore è sulla nostra vita. Ecco allora, quando noi recitiamo il Gloria, noi facciamo questa Professione di fede; quando noi facciamo il Segno di Croce, noi facciamo questa Professione di fede. Cioè dobbiamo riflettere maggiormente, ecco perché dobbiamo interiorizzare ciò che noi preghiamo, ciò che noi ascoltiamo, e ciò che noi riusciamo a esprimere; perché la nostra vita, le nostre Celebrazioni, devono sempre essere una lode a questo Dio Trinitario che – attraverso la profondità e il Mistero dei Sacramenti – viene ad abitare nella nostra vita.

 

LO SPIRITO SANTO E' IN AZIONE IN CIASCUNO DI NOI

(Dall'omelia del 24.05.2015 - Solennità di Pentecoste)

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SINTESI SCRITTA:

Siamo giunti alla solennità della Pentecoste. Pentecoste è il compimento della Pasqua, l’evento della Risurrezione portato a piena maturazione nella Chiesa e in ciascuno dei credenti. Lo Spirito Santo – che già il Cristo Gesù morente aveva alitato dall’alto della croce sul primo nucleo dei credenti (Maria, Giovanni e le altre donne), e che il Risorto aveva donato ai discepoli riuniti nel Cenacolo il giorno di Pentecoste (“Ricevete lo Spirito Santo”) – ora è in azione nella Chiesa. Se questo Spirito è in azione nella Chiesa, è in azione in ciascuno di noi. Ma forse noi questo Spirito non Lo conosciamo, non Lo preghiamo, non Lo sentiamo dentro la nostra vita. E’ per questo che spesso noi siamo paurosi, siamo titubanti, abbiamo vergogna di annunciare, di dire chi siamo. Lo Spirito è la vitalità nuova della nostra esistenza terrena; lo Spirito è quel dono di vita nuova che tutti abbiamo ricevuto nel Battesimo, e reso perfetto nella Cresima. Ma forse non ci pensiamo a questi Sacramenti che sono il fondamento della nostra vita cristiana, sono le colonne che portano la nostra esistenza terrena; e se mancano queste ecco che tutto crolla, tutto rientra nella paura, nelle preoccupazioni eccessive, nel confidare soltanto in noi stessi; senza pensare a un futuro che non conosciamo, che ancora non ci appartiene, ma che dovrà essere nostro, se viviamo nello Spirito. Questa è la bellezza della nostra vita, carissimi. Ma noi forse, noi credenti del nostro tempo, abbiamo bisogno di un aumento dello Spirito, una carica nuova, perché non abbiamo più il coraggio di testimoniare la gioia che abbiamo, perché apparteniamo a Cristo, perché siamo Suoi seguaci, perché crediamo nella Sua Parola. Siamo troppo titubanti, ci lasciamo sopraffare dalle realtà del mondo, dalla moda, dalle correnti che ci sono; perché abbiamo dimenticato lo Spirito, perché non Lo facciamo più vivere in noi, non gli diamo più spazio.  

Le tre letture che noi abbiamo ascoltato ci mettono davanti alla novità provocata dallo Spirito Santo. Noi che cerchiamo sempre novità nella nostra vita, dove andiamo a trovarle? Nelle ripetizioni di tutti i giorni di ciò che facciamo? Ci sentiamo nuovi perché facciamo ciò che fanno gli altri, perché andiamo dietro alle correnti? Ma son già passate, son già vecchie; da un giorno all’altro invecchiano, queste correnti, queste mode del nostro mondo. La novità dello Spirito è quella forza profonda, viva, interiore, che rende nuova la nostra vita giorno dopo giorno. Novità, che lo Spirito di Dio porta dentro ciascuno di noi. Esso agisce con forza in coloro che Lo accolgono. Evidentemente se noi non riusciamo ad accogliere questo Spirito, e non ci accorgiamo che c’è stato donato all’inizio della nostra esistenza terrena, non possiamo scoprire la forza interiore che ci è stata donata. In coloro che accolgono questo Spirito, lo Spirito trasforma, trasfigura, cambia l’esistenza, conduce su sentieri nuovi, strade inedite, all’insegna della fiducia e della speranza; rende audaci nell’amore, e capaci di una nuova fraternità. Lo Spirito di Dio ci sorprende sempre, se noi siamo capaci di ascoltarlo. Perché suscita atteggiamenti nuovi, desta, rimuove, dona cose nuove. Ed è per questo che le nostre comunità  sono vecchie, perché non siamo capaci di rinnovare questo Spirito; non siamo più creativi, perché non invochiamo questo Spirito. La creatività non viene dal mondo; il mondo è semplicemente ripetitivo. La creatività viene sempre da Dio, cioè da quello Spirito che Dio ci ha donato. E come avrebbero fatto, quei dodici poveri uomini, a portare nel mondo intero di allora la novità della Resurrezione se non erano abitati dallo Spirito? E questa è la forza dello Spirito che trasforma l’umanità. Proprio per queste ragioni la Sua opera risulta alle volte scomoda, perché è novità; invece noi siamo attaccati alle nostre tradizioni, guai cambiare qualcosa. Vuol dire che non abbiamo lo Spirito, perché lo Spirito è novità continua della nostra vita. E lo Spirito ci obbliga a lasciare logiche vecchie e logore, e ad accogliere con gioia una novità che spesso scombussola la nostra vita, manda all’aria i nostri progetti, abbatte i pregiudizi, toglie dubbi inutili. Questo è lo Spirito, carissimi. Ma se non Lo preghiamo non Lo avremo mai questo Spirito noi; cioè non lo sentiremo mai dentro il rinnovamento della nostra vita.  

Gesù ci ha dato il Suo Spirito,  ma che cosa chiede ai Suoi, Gesù? Che cosa chiede a noi, Gesù, donandoci questa potenza del Suo Spirito? Domanda semplicemente di amarlo veramente e profondamente. Non di un amore che si nutre di parole, di dichiarazioni, di promesse, ma di un amore concreto, di un amore fatto con le nostre azioni, un amore ben riconoscibile dai frutti che produce. Presenza discreta ma sicura, lo Spirito produrrà cambiamenti inspiegabili nella nostra vita, oggi come duemila anni fa. Gesù fa, a tutti quello che lo vogliono, il dono del Suo Spirito, oggi come duemila anni fa, pensate un po’. A tutti quelli che vogliono imbarcarsi nell’avventura del Regno, la stessa promessa proposta e la stessa offerta che ha fatto a loro la fa oggi: ci manda al largo, nel mare aperto, su piccole imbarcazioni fragili che sembrano fatte apposta per affondare; ci chiede di amarlo, con tutto il nostro cuore, profondamente, veramente, e ci dona il Suo Spirito. E stranamente, miracolosamente, quelle piccole imbarcazioni fragili portano il seme del buon Vangelo, della novità di vita, e la Fortezza di una vita nuova. Questa è la vita dello Spirito che c’è in noi, perché tutti ce l’abbiamo, perché a tutti Dio ce l’ha donato nel Battesimo e nella Cresima. Questi Sacramenti che non sappiamo rivalutare, perché li dimentichiamo. Questi Sacramenti, che sono la Fortezza della nostra vita di credenti, del nostro appartenere a Cristo, ma che non facciamo vivere, li lasciamo lì. E se son lì, sono fuori di noi, e noi siamo dei moribondi; ecco perché ci manca la forza, l’entusiasmo. Abbiamo bisogno di riprendere la forza dello Spirito, la vita dello Spirito, e annunciarla al mondo, ma prima di tutti sentirla viva dentro di noi. Questa è la solennità della Pentecoste, questa è la gioia di questo dono immenso che Dio ha donato ai Suoi.  

CRISTO E' ASCESO AL CIELO PER PREPARARCI UN POSTO

(Dall'omelia del 17.05.2015 - Solennità dell'Ascensione del Signore)

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SINTESI SCRITTA:

L’Ascensione è l’inizio del Tempo della Chiesa – possiamo dire – che vive nella dolce memoria del suo Signore, che la guida con coraggio verso tutti gli uomini del nostro tempo. “Il Signore Gesù, – dice la Scrittura – dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora i discepoli partirono e predicarono dappertutto”, perché avevano compreso pienamente la profondità e la verità di ciò che avevano udito dal Signore Gesù. Gesù che sale in alto, apre una via per i Suoi; li precede, per preparare a loro un posto. Questa è la verità meravigliosa che sta davanti alla nostra vita: Cristo è asceso al cielo per preparaci un posto. Ma vi rendete conto della grandezza che contengono queste affermazioni? Era disceso dal cielo squarciando dall’alto le nubi nell’evento dell’Incarnazione; oggi completa il Suo ciclo di andata e ritorno presso il Padre, per indicarci a noi quale via dobbiamo percorrere per arrivare dove è Lui. Non è meraviglioso questo?! Allora non possiamo più domandarci che cosa sto facendo nella mia vita, cosa mi capita nel mio giorno, perché vivo su questa terra? Perché tutto è orientato verso questo luogo dove vive il Padre; perché noi siamo destinati di ritrovarci tutti lì. La tomba di Giuseppe di Arimatea  resterà per sempre vuota. L’avevano ulteriormente abbellita per conservare la più preziosa delle reliquie, ma Lui, il Cristo, ha spiazzato tutti: l’ha lasciata vuota. Ora nella gloria di Dio risplende un corpo umanoperché Cristo aveva assunto il nostro corpo – è il primo di una lunga serie, “Primizia” – dice l’Apostolo Paolo – di una creazione finalmente glorificata, non più nella sofferenza, non più nella morte. Mai un vuoto (tomba vuota) ci è parso così prezioso. Dal Prefazio che ascolteremo in questa Celebrazione viene messa ben in evidenza questa realtà: “Mediatore tra Dio e gli uomini, giudice del mondo e Signore dell’universo, non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci  - ecco la bellezza – la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria.” Possiamo immaginare una cosa più meravigliosa di questa? Ecco la verità dell’Ascensione, la verità di ciò che noi celebriamo oggi, questa realtà che la Chiesa ci porta a comprendere e a vivere. Ma quanti cristiani di oggi la comprendono e la vivono? 

LE TAPPE DELL' AMORE

(Dall'omelia del 10.05.2015 - VI^dom.di Pasqua)

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SINTESI SCRITTA:

In queste domeniche – che ci preparano a ricevere lo Spirito, e a scoprire che la Presenza del Cristo fisicamente non esiste più in mezzo a noi ma è il Suo Spirito che anima – il Vangelo di Giovanni continua a insistere sulla nostra capacità di amare, che non sempre riusciamo a esprimere. E l’accostamento tra l’iniziativa dell’amore di Dio (nella Persona di Gesù Cristo) e la possibilità data a noi di entrare in questo amore, ci spinge a considerare il totale coinvolgimento della Santissima Trinità. Perché è dentro questo rapporto che noi riusciamo a scoprire la verità del nostro amore. Dio vuol farsi conoscere come Padre, e desidera farci Suoi figli; il Figlio ci rivela il volto del padre, e si offre in espiazione per noi; lo Spirito è donato con larghezza a chiunque lo accolga con fede, e lo rende capace di vivere nell’amore.

Ci sono delle tappe, dentro questo cammino di amore. La prima: in principio c’è l’amore del Padre per il Figlio. Questa è l’iniziativa mirabile di Dio Padre: amore verso il Figlio, “Come il  Padre ha amato me”. Poi il secondo passo è : il Figlio incarnato è oggetto di tanto amore, e lo ha riversato su di noi, cioè sui discepoli. Ha riversato tutto ciò che ha ricevuto dal Padre. L’altro passo: i discepoli sono chiamati ad essere non dei pozzi ma dei “canali”, amandosi a loro volta. “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”. Ecco l’itinerario per scoprire quanto Dio ci ama. “Come”. Cioè “come il Padre ha amato me”,  “come io vi ho amati”. E come ci hai amato, o Signore; come tu ci hai amati: fino a dare la vita. Perché “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. E’ un discorso molto profondo, esigente. A considerarlo bene, il nostro modo di amare – che è pieno di condizioni o condizionali, di ricatti, di se – somiglia a un egoismo, non a un dono.

“Come io ho amato voi”. Questa è una sfida per poter comprendere come noi dobbiamo essere capaci di amarci: “Come io ho amato voi”.  Qui apriamo una grande piaga della nostra vita, nella nostra incapacità di amare. Qui ogni giorno ci troviamo – nell’itinerario dell’amore – sempre in prima elementare. Quante volte dobbiamo rivedere come noi ci amiamo; e d’altronde è proprio lì che scopriamo quanta fatica si fa ad amare. Amare significa non fare preferenze, innanzitutto. Amare significa conoscere profondamente. E amare significa dare la vita. E qui nasce, appunto, che l’amore non contiene di per sé il sacrificio, il dolore, perché non siamo capaci di amare come noi vorremmo o come Dio vuole da noi. Quindi rimane sempre in noi qualche cosa che ci fa riflettere continuamente su come noi ci amiamo.

Cristo Gesù, Signore nostro, per tutto il tempo che visse sulla terra, manifestò chi Egli era, chi era stato, e qual’era  la volontà del Padre, e che cosa l’uomo doveva fare per rimanere nel Suo amore. Poi ha aggiunto: “Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutto intera”. Ecco lo Spirito, e noi tutti l’abbiamo ricevuto. Quindi se noi ci lasciamo guidare da questo Spirito, veramente siamo capaci di comprendere tutto ciò che Cristo ci ha rivelato in rapporto al Padre. Soprattutto riusciremo ad entrare in quell’amore che rinnova continuamente la nostra vita, e ci dà la capacità di amarci come Lui ci ha amati. 

 

" RIMANETE IN ME "

(Dall'omelia del 03.05.2015 - V^dom.di Pasqua)

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SINTESI SCRITTA:

“Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto”. Rimanere: è un verbo molto importante nella nostra vita.

- Rimanere, cioè essere vicini gli uni gli altri. “Rimani ancora qui con me”, quante volte c’è capitato di dire o di sentirci rivolgere questa frase. Eppure spesse volte non gli abbiamo dato nessuna importanza; siamo rimasti, ce ne siamo andati, abbiamo dimenticato ciò che ci siamo detti in quel momento.

- Rimanere, cioè appartenere. La fede che noi abbiamo, per quanto personale possa essere, non è individualistica, ma è una fede che nasce e rimane per instaurare rapporti nella comunità. Perché se noi non siamo sostenuti dalla comunità, la fede piano piano se ne va; perché, appunto, pensiamo di avere una fede costruita da noi. Perché non esiste un’esperienza di fede che possa considerarsi così particolare da non inserirsi nella vita di una comunità cristiana. Quante volte le persone si trovano con una fede fai-da-te, e spizzicano qua e la, dove trovano più calore, più emozione, più sentimento, e finiscono per evitare le relazioni con la comunità cristiana dove vivono. Questo non è fede, questa fede non ci salva. Se Gesù Cristo ha costituito la Sua Chiesa, la Sua comunità, vuole che i Suoi la frequentino, vuole che i Suoi vivano questo rapporto. Perché altrimenti che fede abbiamo? Una fede che abbiamo noi costruito, che però non sappiamo dov’è radicata e dove ci porta; la viviamo così, alla giornata, alla bell’e meglio.

- Rimanere, cioè osservare. Dobbiamo essere in grado di mettere in discussione i nostri preconcetti su noi stessi, sugli altri e su Dio; e quindi poi agire di conseguenza. La vicinanza con Gesù fa crescere la conoscenza che abbiamo di Lui, e quindi influenza poi i nostri atteggiamenti, le nostre relazioni; ma se noi non viviamo col Cristo risorto, noi ci facciamo una vita personale che non ha più punti di riferimento di verità; quindi non sappiamo se nella nostra vita stiamo camminando nella verità oppure sui nostri comodi. La vicinanza con Gesù fa crescere quindi la conoscenza che noi abbiamo di Lui, e quindi ci dà uno stile di vita nuova. L’osservare, nel senso di mettere in pratica, è frutto del rimanere, cioè rimanere con Lui. D'altronde ci ha detto che se noi siamo staccati da Lui non possiamo produrre nessun frutto. Sì, noi possiamo operare, possiamo darci da fare, ma se son tutte realtà semplicemente umanitarie, non ci servono per la vita eterna, rimangono qui. Perché quando noi lasciamo questo mondo, che cosa portiamo? Soltanto quelle realtà che la nostra fede ha prodotto; tutto il resto non ci serve.

E tante volte facciamo fatica; è semplicemente la fatica della fedeltà, del lasciarsi plasmare sempre dalle stesse mani di quel Cristo risorto che abita con noi. D’altronde, se per la salute del corpo andiamo sempre dallo stesso medico che ormai ci conosce, perché non dovremmo fare altrettanto per la salute del nostro spirito, della nostra anima? Ecco perché Gesù ci dice: “Rimanete in me”, perché sa benissimo della nostra fragilità, delle nostre paure; senza di Lui noi non riusciamo a liberarcene; e Lui ci dice: “Rimanete in me”, perché è l’unico modo che abbiamo per poter rinnovare ogni giorno la nostra vita, e quindi sentirci entusiasti dei giorni che passano, e non soltanto lasciarci trascinare perché il tempo va.

IL RISORTO SI MATERIALIZZA ... IN QUEL PANE SPEZZATO

(dall'omelia del 19.04.2015 - III^dom.di Pasqua)

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SINTESI SCRITTA:

Nel racconto Evangelico Gesù rassicura gli Apostoli, perché erano sì pieni di gioia, però avevano il timore che fosse un’altra persona, non il Crocifisso. Luca dice: “Mentre essi parlavano di queste cose – cioè di ciò che era successo dopo la morte – Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: ‘Pace a voi!’.”E’ il grande saluto pasquale che Cristo fa, non soltanto a loro ma anche a ciascuno di noi. Erano “sconvolti – dice Luca – e pieni di paura”; non erano convinti che fosse il Crocifisso risorto, pensavano a un fantasma; come ne abbiamo anche noi tanti. Però Egli li rassicura e dice: “Perché siete turbati, perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardatemi, osservatemi; le mie mani, i miei piedi; sono io, toccatemi.” Ma gli Apostoli non erano ancora convinti, poiché la gioia era così grande che non credevano ancora, perché erano pieni di stupore. E allora dice: “Avete qualcosa da mangiare?” – più concreto di così! – ma non perché Gesù avesse bisogno di mangiare, ma perché Lui amava sempre il conviviale, l’armonia, l’incontro, la comunione; ecco perché ha chiesto da mangiare. Ma non ne aveva bisogno di mangiare Lui, come non ne avremo bisogno noi di mangiare quando risorgeremo. Ma Gesù vuol rassicurare i Suoi. La stessa realtà avviene nelle nostre Eucaristie che celebriamo, parliamo di Lui, ed Egli si materializza in quel pane spezzato. E’ la forza della Parola che rende presente ciò di cui si parla: il Cristo risorto. La Parola, quando è proclamata solennemente nelle nostre celebrazioni, rende presente il Crocifisso risorto. Nel Cenacolo, in questi giorni, stavano succedendo cose straordinarie, cose strane; per questo i discepoli hanno paura. Temono di essere davanti a un fantasma; ma Lui li rassicura: “Perché siete turbati, perché avete paura? Sono proprio io”, dice. Vuole rassicurarli totalmente, proprio perché devono comprendere che da Lui tutto riparte nuovo; ecco perché allora spiega le Scritture; e così succede ogni qualvolta noi celebriamo l’Eucaristia. Le piaghe, nei racconti della Pasqua, sono la carta d’identità di Gesù, certificano che il Risorto è il Crocifisso; che il Risorto e il Crocifisso sono la stessa cosa, sono la stessa persona. Non sono più le piaghe dolorose, ma sono piaghe gloriose: raccontano un amore immenso. E’ la realtà che avviene nella comunità cristiana ogni qualvolta ci si raduna per celebrare l’Eucaristia: abbiamo l’ascolto della Parola, e poi quella Parola ascoltata diventa Corpo e Sangue del Signore Gesù. Identico, la stessa cosa. Come è avvenuto nel Cenacolo tra gli Apostoli. Forse anche noi ci meravigliamo, dubitiamo, perché non è ancora forte la nostra fede per credere alla realizzazione delle Parole ascoltate.

“Allora – dice Luca – aprì loro la mente per comprendere le Scritture”. Ecco il motivo nostro: è che noi non conosciamo la Scrittura, quindi non ci rendiamo conto di ciò che avviene nell’Eucaristia, nei Sacramenti; non vediamo la grandiosità, l’immensità, la profondità della realtà del Mistero. Perché non comprendiamo la Parola. Pasqua è Lui, è Gesù che si presenta, che fa dichiarazioni di Se stesso; che ci racconta che era necessario, e che ciò che a noi è parso un fallimento, vale più di ogni sapienza umana. E’ Lui che ci rassicura di questo. E’ difficile sicuramente, non è facile entrare nel Mistero, ma Lui ci rassicura che è la verità. Gesù ha sconfitto il peccato e la morte; e con la morte e la Risurrezione ha aperto a noi un rapporto di amore nuovo, tra noi, e con il Padre. E allora grazie a Gesù siamo stati avviati ad un cammino di passaggio a una vera e propria Pasqua. Cioè, se entriamo nella conoscenza della Scrittura, ci allontaniamo dal rifiuto, dalla paura, dalla non conoscenza, ed entriamo in una accoglienza, in una meraviglia di una vita nuova. Anche noi dobbiamo passare da questo timore, da questa paura, alla meraviglia della verità che il Cristo ci ha fatto scoprire.  Quindi dobbiamo passare dalla nostra indifferenza, che spesse volte ci prende, ad una accoglienza meravigliosa della Sua Presenza di Risorto. Ecco il Mistero dell’Eucaristia che noi celebriamo ogni domenica. Non siamo nutriti da cose vecchie, ma da un pane Vivo e sempre nuovo che è il Risorto. Se noi dovessimo capire queste verità, sicuramente correremmo tutte le domeniche per sentire, ascoltare e comprendere la Sua Parola, per poi celebrarla, cioè renderla materializzata in quel pane spezzato. Allora ritorneremo nelle nostre case con tanta gioia nel cuore, perché abbiamo scoperto e abbiamo compreso che il Risorto è dentro la nostra vita

 

LA GIOIA DELL' INCONTRO CON IL RISORTO

(dall'omelia del 12.04.2015 - II^dom.di Pasqua)

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SINTESI SCRITTA:

Abbiamo ascoltato dei brani della Scrittura meravigliosi, perché dentro questi brani troviamo il cammino della nostra conversione; troviamo la gioia dell’Incontro del Signore; troviamo la speranza della Risurrezione. Questa è la profondità della vita di colui che crede, e vive ciò che crede. Ma spesso è difficile credere, perché noi pensiamo alla morte ma non a ciò che succede dopo, cioè la Risurrezione; e viviamo senza speranza. Non sappiamo perché vivere; non sappiamo l’ideale che dobbiamo raggiungere; non abbiamo nessuna meta; non abbiamo nessun traguardo che ci spinge ad aumentare la corsa per raggiungerlo; e quindi scompare dalla nostra fronte la gioia di vivere. Perché? Perché forse non abbiamo vissuto la Pasqua, cioè non abbiamo incontrato questo Cristo risorto. Sicuramente non Lo possiamo vedere con i nostri occhi di carne, ma lo possiamo vedere con il nostro cuore. Ma se il nostro cuore è rimasto freddo, è rimasto a contemplare quel fallimento della vita di Gesù, evidentemente non abbiamo sentito la gioia che questo Gesù non è più nel sepolcro, ma è vivo.

E’ difficile credere, ed è impossibile credere da soli: io da solo non posso arrivare a credere, io ho bisogno della comunità per credere; perché il Cristo risorto è dentro la comunità, non è dentro di me. Sarà poi la comunità, il vivere in comune, che mi fa scoprire che il Cristo è anche dentro la mia vita. Tommaso ci testimonia la fatica di credere, di aprirsi alla vita dopo aver sperimentato la morte, il bisogno di toccare e di aderire alla “Bella Notizia” del Risorto. Sì, dobbiamo “toccare” ed “essere toccati” dalla Sua grazia per diventare anche noi testimoni della Risurrezione. Io sono testimone della Risurrezione del mio Signore; e questo lo scopro nella comunità cristiana, nel modo di vivere. I primi cristiani erano lieti di incontrarsi nello spezzare il pane, nella preghiera, nel condividere la propria vita; perché la gioia si trova nella condivisione; non si trova nella chiusura di me stesso, ma nella capacità che io ho di condividere con gli altri. Tommaso vuole toccare con mano, ma non può fare a meno del racconto degli amici. Questo racconto degli amici ha svegliato in lui la gioia dell’Incontro. Questo racconto degli amici ha aperto i suoi occhi, alla gioia che appariva dai loro sguardi. “Resta con noi – gli dicono a Tommaso – non allontanarti; se vuoi vedere anche tu la gloria di Dio, resta con noi”. Cioè essere dentro la comunità, se vogliamo vedere la gloria del Signore.  

Quindi non è facile, Signore Gesù, accogliere la Tua Presenza, perché Tu ora comunichi con noi in un modo nuovo. Bisogna avere gli occhi della fede per conoscerti, per farti posto nella nostra esistenza. Bisogna avere un cuore sveglio, per intendere la Tua Parola, per metterla in pratica. Bisogna accettarti come dono, che va ben oltre le nostre logiche del “vedere” e del “toccare”. Ecco perché oggi ci sentiamo straordinariamente vicini a Tommaso, alle sue reticenze, ai suoi dubbi, alle sue perplessità, ai suoi desideri; perché anche noi facciamo fatica a credere che quel Crocifisso è risorto, che quel Crocifisso è vivo, è presente nella comunità cristiana. Facciamo fatica a credere questo. Ecco perché abbiamo bisogno della grazia di Dio, abbiamo bisogno della Riconciliazione, del perdono; perché è attraverso questa azione sacramentale che noi riusciamo a percepire la gioia della Sua Presenza, e quindi sentire la nostra vita trasformata dal Suo Amore.

PASQUA : VITA DA RISORTI

(dall'omelia del 05.04.2015 - Domenica di Pasqua- Risurrezione del Signore)

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SINTESI SCRITTA:

Siamo giunti a Pasqua. Forse ci ha sorpreso… Perché siamo arrivati qui forse senza aver partecipato a quei “Giorni Santi” che precedono la Pasqua, cioè a quella Passione, morte e Risurrezione. Il valore, la profondità, la verità della Pasqua ci sorprendono, perché forse non abbiamo vissuto ciò che il Cristo ha compiuto, ciò che gli uomini hanno fatto subire a Cristo: la morte. E d’altronde come facciamo a pensare alla Risurrezione, a risorgere, se prima non impariamo a morire? Se prima non riusciamo a capire che significa morire a noi stessi, ai nostri egoismi, alle nostre disfatte, ai nostri peccati, come possiamo risorgere? Se noi siamo ancora nel peccato, per noi la Pasqua non esiste, non è Pasqua; perché siamo ancora “incatenati” dal maligno, non sentiamo la gioia della “liberazione”. E come possiamo sentire la gioia di una Risurrezione? Non vediamo la gioia della Pasqua perché non siamo passati dalla morte alla vita; siamo rimasti noi stessi, non è avvenuto un cambiamento, non abbiamo sollevato la coltre della morte dalla nostra vita. E Pasqua è questo, carissimi: il passaggio dalla morte alla vita. E la Liturgia la descrive in tre giorni, perché non avviene in un momento, dobbiamo aver tempo di pentirci prima, di raccoglierci e di andare a quel Signore risorto a chiedere perdono. Ecco allora la Pasqua incominciamo a capirla; riusciamo a capire che significa essere liberi; incominciamo a comprendere cosa vuol dire avere dentro di noi un cuore nuovo, capace di amare, amare in verità, non come vogliamo noi. Soltanto così possiamo fare Pasqua. La Chiesa continuamente ci invita e ripete: “Tornate al Signore risorto, a quel Crocifisso”; è Lui che è risorto, non un altro; quel Signore che abbiamo messo in croce noi, con le nostre mani. E se non ce le siamo liberate attraverso la Riconciliazione, noi abbiamo ancora le mani inchiodate. Ecco perché soltanto dopo aver partecipato al  Triduo solenne, che è la realtà principale dell’Anno Liturgico, noi possiamo approdare “leggeri” a questo mattino di Pasqua.

“Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due…”. Ecco la realtà della Risurrezione: correre, per accertarsi che quel Crocifisso è risorto. Ma prima dobbiamo guardare il Crocifisso; è da quel Crocifisso e da quella tomba vuota che noi dobbiamo ripartire, per riscoprire il valore, la bellezza e l’amore della nostra vita. Se non partiamo da lì, la nostra vita continuerà a vivere nella banalità, senza gioia, senza vita nuova; e tutto ciò ci ucciderà. Giungono al sepolcro col primo raggio dorato, affannati ma felici; entra Pietro e guarda; entra Giovanni e constata, “vide e credette”. E’ da lì che dobbiamo partire, per cercare e riscoprire che abbiamo una fede, altrimenti la fede svanisce, come svanisce quel Risorto. Non ci sono segnali di forzatura, di una colluttazione, di un furto; ma i lini piegati e il sudario deposto tramandano regalità e raccontano la tranquillità di chi ha lasciato il sepolcro con tutto comodo, come chi vada ad una festa. Ecco che cosa è la Risurrezione; ecco che cosa hanno trovato Pietro e Giovanni; ecco la realtà di questa mattina, che ha dato e darà un senso ad ogni mattina della storia. Una corsa, un amore, che prevede e precede. Noi siamo avanti la storia, avanguardia di una umanità ancora immersa nella notte, che è baciata dai primi raggi di sole della Pasqua della Risurrezione. Noi siamo ancora di quelle persone che cercano, per poter trasmettere la realtà della Pasqua; e se non cerchiamo, rimaniamo nell’illusione, nella tristezza, perché siamo ancora a non comprendere che significa una tomba vuota. La Pasqua: vita nuova, vita da risorti. E noi siamo risorti? Abbiamo nel cuore quella gioia di novità, quell’amore nuovo che trasforma, che dà gioia alla nostra vita? O siamo ancora quelli di ieri? Ci manca forse anche a noi la gioia di correre e trovare la sorpresa: non c’è più la morte, ma c’è la vita!

PERCHE' QUESTO SPRECO ?

(dall'omelia del 29.03.2015 - Domenica delle Palme)

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SINTESI SCRITTA:

La Domenica delle Palme è la porta da varcare per entrare nella Settimana Santa. Contiene già in sé i due elementi che caratterizzeranno l’itinerario spirituale della Pasqua: il dolore e la gloria, che avvolge la croce di Cristo. Qui troviamo subito il racconto della gloria, con la Sua entrata in Gerusalemme; poi il dolore, con la proclamazione della Passione secondo Marco. Due parole sul racconto della Passione sottolineando, per la meditazione, l’inizio e la conclusione, che hanno per protagonista delle donne, cui è affidato un compito importante. L’Evangelista apre il racconto con la scena dell’unzione di Betània, e l’ambienta – a differenza di Giovanni – nella casa di Simone il lebbroso. Siamo a ridosso della Pasqua, e questa prima cena prelude a quella del Giovedì Santo, l’Ultima Cena. E’ un miscuglio di odori, da sentire coi sensi dell’anima, però. Ci sono gli aromi della cucina, che si mescolano con l’odore acre della carne di Simone che va in putrefazione (il lebbroso). Improvvisamente si innalza su tutti il profumo di nardo, versato sul capo di Gesù sacerdote. Si incrociano i temi della morte con quelli semplici della vita quotidiana; la decomposizione del nostro corpo e la nostra vita di tutti i giorni. Ma il profumo di nardo sovrasta tutto. L’unzione che la donna fa, viene ad accendere la polemica sul valore esorbitante del profumo che si è sprecato. E’ un gesto simbolico, che racconta quanto accadrà in settimana, quando Gesù  si lascerà rompere dai flagelli (spine, chiodi, lance), per far fluire il Suo sangue profumato di salvezza. “Perché questo spreco?” E’ la domanda che ci poniamo dinanzi alla croce anche noi oggi. Vi è una sola risposta: l’amore.

Se lo spreco dell’umanità e divinità di Cristo non ti interroga, non ti scuote, se non ti scandalizza, non entrare in "questa" Settimana, perché sarebbe per te soltanto un’inutile passeggiata. Deve invece ferirti, deve farti considerare la miseria del tuo amore donato al contagocce, in contrasto con l’oceano dell’amore di Dio che invade la tua vita.

Poi il resto del racconto segue tra discepoli e soldati, capi del popolo e traditori. E’ un racconto di uomini, questo. Alla fine ricompaiono le donne, come osservatrici del Cristo crocifisso prima, e poi del luogo della deposizione. Sguardi di debolezze e di amori, di fragile potenza. La donna in casa di Simone racconta di Gesù e della folla che gli sta attorno, e racconta la follia del Suo amore profondo. Le donne che guardano rappresentano la Chiesa, che è chiamata a guardare con amore senza perdere neppure un particolare di questa storia eccezionale. Anche tu, deposta ogni presunzione, impara a guardare il tuo Signore che va a morire per te. Questo dovrebbe essere il sentimento che noi ci apprestiamo a vivere in questo racconto della Passione.

" VOGLIAMO VEDERE GESU' "

(dall'omelia del 22.03.2015 - V^dom. di Quaresima)

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SINTESI SCRITTA:

Siamo ormai prossimi alla Settimana Santa; e le parole che noi abbiamo ascoltato, dopo che abbiamo adorato il Cristo (durante le Quarant’ore), forse ci sembrano più comprensibili, anche se assai difficili da attuare. Perché Dio ci dice di seguire il Cristo, cioè di seguire Suo Figlio. L’episodio del Vangelo è più che attuale. Come quei Greci – che avvicinandosi a Filippo gli domandano: “Vogliamo vedere Gesù”anche noi vorremmo vedere Gesù. Ma Gesù non ci chiede di cercare di vederlo; desidera, invece, che noi crediamo in Lui, che accettiamo la logica del paradosso della Sua Parola, che emerge dalla Sua morte e Risurrezione.

Gesù continua un discorso già precedentemente iniziato attraverso innumerevoli parabole; e qui ne inserisce un’altra per farci capire, appunto, che Lui desidera che noi crediamo; perché soltanto dopo che avremo creduto fortemente potremo vederlo, ma se non crediamo non potremo mai vederlo. Perché la “Luce” è fondata sulla “Parola”. Gesù dice: “E’ venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato”; poi racconta la parabola del “Chicco di grano caduto in terra”; e dopo, “Chi ama la propria vita, la perderà”, eccetera; sono parole fortissime, però sono quei paradossi del nostro credere, che stanno al cuore dell’esistenza cristiana. E’ proprio “l’ora della croce” – in cui Gesù viene denudato, inchiodato al patibolo, percosso dagli spasimi dell’agonia – che è “l’ora della gloria”; è proprio quel momento lì. E sarà così anche per noi, carissimi; se vogliamo essere glorificati dobbiamo seguire questo percorso, altrimenti la gloria non sarà per noi. L’immagine del chicco di grano, che deve marcire nella terra per portare frutto abbondante, ci può essere in qualche modo di aiuto, per capire la risposta che Gesù tenta di dare a quei Greci, a Filippo e Andrea, e a noi. D’altronde è una legge della natura, che non manca mai di stupirci: il seme deve conoscere la morte, nel profondo della terra, per far nascere una nuova vita. E a vederlo marcire sembra che ogni speranza venga meno, sembra che tutto finisca, sembra il più grande insuccesso, il fallimento più completo. La vita, ghermita dalla morte, sembra destinata a soccombere, e invece rinasce, riappare, più rigogliosa, più abbondante, più ricca. E’ una legge della natura, ma è anche la storia di Gesù. Attraverso il passaggio tremendo della morte, Egli giunge alla Risurrezione, giunge alla gloria, e offre salvezza a tutti quelli che credono in Lui. Ecco perché Lui vuole che noi crediamo, non vederlo: perché soltanto a chi crede è data la possibilità di essere glorificato. Gesù ha creduto fortemente nella volontà del Padre, ha avuto fiducia nel Padre; e il Padre Lo ha glorificato. E così sarà anche per noi, ma solo se seguiremo la stessa “Via del Cristo”.

Per vedere Gesù è necessario seguirlo sulla Via del dono di Sé, altrimenti non possiamo vederlo. In fondo, “vedere” significa allora “credere”, e “credere” significa “seguire Gesù”, nel dono che ha dato della Sua vita per noi; e lo ha dato per amore, questo non possiamo dimenticarlo.  Ecco allora forse che ci diventa più facile comprendere le parole che noi abbiamo ascoltato; allora comprendiamo veramente come è bello credere, come è entusiasmante cercare, come è sublime poi l’incontro con Cristo che mi porta a vedere il Padre; perché è sempre Lui che mi fa vedere, non sono io, non sono i miei occhi, ma è la Sua Presenza che mi farà vedere la gloria del Padre, quella gloria che il Padre poi riverserà sulla nostra vita. Che vogliamo di più?

ALZARE LO SGUARDO AL CROCIFISSO

(dall'omelia del 15.03.2015 - IV^dom. di Quaresima)

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SINTESI SCRITTA:

Siamo a metà del nostro cammino quaresimale, e la Liturgia di questa domenica è chiamata “Liturgia in Laetare”, cioè incominciamo già a pregustare la gioia pasquale. Perché? Perché la Parola che noi abbiamo ascoltato ci porta a scoprire che quel Gesù crocifisso è la nostra salvezza. E per poter capire a fondo quei brani scritturistici della Bibbia, dobbiamo entrare nell’atmosfera dell’incontro di Gesù con Nicodèmo: è un incontro eccezionale.  E’ dentro a questo incontro che noi possiamo scoprire la profondità delle parole che noi abbiamo ascoltato. Noi siamo Nicodèmo; siamo qui oggi per incontrare a tu per tu questo Cristo crocifisso. Perché è attraverso lo sguardo che veramente due persone scoprono la profondità della loro vita. Perché Nicodèmo ha voluto incontrare il Maestro? Perché la fede non è un precetto, e neppure una serie di nozioni imparate: la fede è uno sguardo. La fede è uno sguardo rivolto a Gesù crocifisso che ti salva. Ecco perché Nicodèmo sei tu, sei tu che hai ascoltato queste parole, adesso, qui. Nicodèmo è colui che va oltre, che sa alzare lo sguardo verso l’alto, che guarda oltre i suoi guai, i suoi peccati, le sue lacrime; come il buon ladrone in punto di morte guarda Gesù e chiede: “Gesù, ricordati di me…”. E’ ciò che dobbiamo fare ognuno di noi, perché la salvezza è proprio in questa capacità di dire a Gesù: “Ricordati di me, che non ne posso più, che sono finito”. E questo sguardo è la fede. Questo accade ora, a ciascuno di noi. Cioè questo sguardo ci toglie dal veleno della morte; ci fa capire che dentro quello sguardo c’è una vita nuova. Questo sguardo che penetra profondamente nella nostra vita, e che se noi apriamo il nostro cuore ecco che ci purifica dentro, invade e butta fuori tutto ciò che ci opprime, tutto ciò che ci preoccupa, tutto ciò che è male. Noi dobbiamo essere capaci quindi di alzare il nostro sguardo al Crocifisso, perché è una purificazione del sangue; noi abbiamo un sangue malato, abbiamo bisogno di una trasfusione, cioè di far entrare sangue sano nella nostra vita, sangue ossigenato, che rimette in funzione tutte le nostre attività e ci dà e ci ridona forza, ci ridona sanità. Ecco cosa vuol dire incontrarsi a tu per tu con il Crocifisso, perché “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio Unigenito”; tutto ciò per salvare noi poveri uomini; quindi è venuto non per condannare la nostra vita, ma perché noi ci salviamo.

Non so se Nicodèmo si sia convertito, il Vangelo non lo dice, dice soltanto la profondità di questo incontro attraverso  lo sguardo, e basta. Nel Vangelo di Giovanni questo Nicodèmo lo ritroviamo nel Venerdì santo, con quell’olio profumato, per ungere il corpo di Gesù. Non so, appunto, se questo Nicodèmo di fronte al dramma della morte e della Risurrezione ha cambiato vita. Non lo sappiamo, ma so di certo che è rimasto lì, con quel Gesù morto, in attesa della realizzazione delle Sue promesse (“Io risorgerò”), questo lo sapeva. Quegli occhi incollati in quel primo incontro sicuramente erano ancora altrettanto incollati sulla croce. Ecco, la nostra vita è qui. Poi la conversione non è opera nostra, è opera di questo Cristo crocifisso; è Lui che ci converte, ma se noi siamo capaci di lasciarci penetrare da quello sguardo. Ecco il dramma della nostra vita, ma anche la bellezza della nostra vita; questo sguardo che ci libera, che ci fa capire quanto ci ama e quanto desidera che possiamo entrare nella gioia del Regno del Padre.

DIO NON E' IN VENDITA

(dall'omelia del 08.03.2015 - III^dom. di Quaresima)

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SINTESI SCRITTA:

Per quanto noi possiamo sforzarci di addolcire la realtà che ci è manifestata dalle parole ascoltate, non riusciamo a smussare la spigolosità imbarazzante del gesto che Gesù ha compiuto: caccia i mercanti dal Tempio. Forse noi non ci rendiamo conto della violenza che Cristo ha usato; mai nessuno aveva osato tanto, nessun profeta era arrivato a questi gesti, Lui c’è arrivato; perché? Perché il Tempio rappresentava la Presenza di Dio, e chi si avvicinava e chi entrava doveva riscoprire la sacralità della Presenza di Dio. Così è la nostra Chiesa di oggi: c’è la Presenza di Dio. E chi oggi la scopre questa Presenza? Chi si accorge che veramente Dio è presente nel Mistero dell’Eucaristia, che fa sentire la Sua voce attraverso le Parole della Liturgia?

Dobbiamo ammettere che non siamo abituati a vedere in Gesù questi gesti; ci attendiamo sempre un Messia buono, misericordioso, pronto a consolare e a guarire. Qui, invece, c’è uno scoppio di violenza in piena regola; il ricorso alle maniere forti per ripristinare la decenza di un luogo. Ciò significache violare la sacralità del Tempio è un male tremendo, che si riversa sull’umanità. Ma era necessario – possiamo domandarci – che Gesù si comportasse così, con questa fermezza? Il Tempio era immenso, non è come noi possiamo immaginarlo, era il centro di tutte le attività di Gerusalemme, quindi era lecito amministrare anche il commercio, secondo gli Ebrei. I metodi che Gesù adotta – bisogna riconoscerlo – sono decisamente bruschi; perché un comportamento del genere? Forse anche Gesù quel giorno ha perso la pazienza, forse anche lui per un attimo non è stato in grado di controllare i propri nervi? Al contrario, sembra si tratti di una  azione decisa in tutta coscienza, con piena responsabilità, con la consapevolezza anche del rischio a cui si esponeva; perché Gesù non può non aver previsto l’irritazione dei sacerdoti, dei capi della Sinagoga, degli Ebrei, dei Giudei. Questo gesto è stato tremendo; perché l’ha compiuto? Perché quello che è in causa è estremamente importante, se per difenderlo Gesù ricorre alla forza e non accetta compromessi; è in gioco ciò che più sta a cuore a Gesù: il rapporto con Dio. E il rischio non può essere minimizzato, come succede a noi cristiani di oggi: sì, crediamo in Dio, ma che rapporto noi abbiamo con Dio? E’ un rapporto di verità, di adorazione, di sincerità, di lealtà, un rapporto di vita? Perché questa relazione con Dio corre il pericolo di essere “inquinata”, attraversata da un terribile equivoco, anche ai nostri giorni. I traffici che avvengono nel Tempio deturpano il luogo designato all’incontro con Dio. Fanno credere che anche Dio, in fondo, sia in vendita, e che basti  qualche offerta ricca per ammansirlo, per piegarlo ai nostri voleri.  Inquinamento dagli idoli; e oggi ce ne sono tanti di idoli che l’uomo si costruisce e che prendono il posto di Dio. E allora il gesto di Gesù richiama con decisione alla realtà della nostra fede, perché Dio non è in vendita, il Suo amore, la Sua grazia, non sono un risultato di una transazione di commercio; non possiamo commerciare con Dio, perché l’amore non si commercia. Noi commerciamo con Dio perché "per noi oggi l’amore è commerciabile", e così pensiamo che anche Dio sia diventato uguale; questi sono i nostri peccati tremendi di oggi, dell’umanità. Poter commerciare il soprannaturale, i doni, le grazie, lo Spirito; la nostra fede è seminata di questo cose. Dio non può essere in vendita; e coloro che lo fanno credere o lo danno ad intendere, attraverso i loro comportamenti, sono dei blasfemi, perché disonorano Dio, riducendolo a una maschera, portandolo fuori dalla verità. E’ tremendo questo peccato, però non ci pensiamo; perché questo peccato è dentro anche di noi cristiani, nel nostro modo di vivere, nel nostro modo di adorare, di essere fedeli a Dio, nel praticare quelle “Dieci Parole” che ci vengono trasmesse nella prima Lettura che abbiamo ascoltato. Forse anche noi, appunto, in questo Tempo quaresimale, dobbiamo purificare la nostra fede; dobbiamo riconoscere che talvolta la religione del fai-da-te suona veramente offensiva per Dio, per coloro che credono sinceramente nel Suo amore.  

Per noi credenti, il Tempio di Dio è il Cristo presente in mezzo a noi, ma questo spesso ce lo dimentichiamo. La sacralità della Sua casa in mezzo a noi è tale perché Lui è presente, perché il Santo è presente, perché Lui l’ha resa tale la Sua Chiesa. Col pretesto di “pagare” (tra virgolette), si pretende di ridurre il prete ad uno stregone, che compie riti desiderati alle condizioni  poste dal committente (il commercio). Col pretesto di “pagare”, si ignora tutto ciò che suona come scomodo, e si sceglie il pacchetto più congeniale nella nostra fede. Le parole, il gesto di Gesù,  sono tremendi; ma pensate un po’: se questo Gesù Cristo dovesse irrompere nelle chiese di oggi, cosa succederebbe? Lui che legge nella profondità dei nostri cuori, quanta ipocrisia troverebbe dentro di noi; e quindi i suoi gesti sarebbero tremendi. Eppure noi non ci spaventiamo, andiamo avanti tranquillamente a vivere la nostra fede convinti di essere sulla strada giusta … così. Forse dobbiamo rivedere profondamente il nostro rapporto con Dio, perché – come dice Paolo nella brevissima Lettura che abbiamo ascoltato – il Dio che si rivela sulla croce di Cristo manda in frantumi le logiche umane e le rappresentazioni che lo accompagnano, di cui noi ce ne facciamo un vanto.  Dio non è il potente che sbaraglia gli avversari, o si manifesta attraverso la Sua forza o la Sua potenza; la croce rappresenta uno scandalo, perché in essa Dio appare debole, fragile, nelle mani della cattiveria degli uomini, della violenza degli uomini. La libertà del cristiano non si ferma alle “Dieci Parole”, ma va oltre; accoglie il Cristo crocifisso, e il Vangelo che Lo annuncia e Lo propone è la Bella Notizia per il mondo, ma soprattutto per il cristiano. In questo modo noi possiamo percorrere il nostro itinerario quaresimale; è in questo percorso che noi possiamo arrivare a solennizzare la Pasqua purificati; perché altrimenti che Pasqua noi possiamo vivere se non c’è in noi una forte purificazione della nostra vita, della nostra fede, dei nostri rapporti che abbiamo intessuti con Dio? Ecco il nostro cammino, il nostro impegno che noi dobbiamo esser capaci di fare. Dio conosce tutto quello che c’è dentro di noi. E noi dobbiamo accostarci e prepararci alla Pasqua con questa realtà: Dio conosce tutto ciò che c’è dentro di me, e quindi se non è conforme alla Sua Parola, devo avere il coraggio e la violenza contro me stesso di buttarlo fuori, di liberarmene; soltanto allora possiamo capire che significa un cammino penitenziale di Riconciliazione.

LA TRASFIGURAZIONE E' UN INCORAGGIAMENTO PER AFFRONTARE LE NOSTRE TENTAZIONI

(dall'omelia del 01.03.2015 - II^dom. di Quaresima)

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SINTESI SCITTA:

Dio Padre ha rivelato e continua a mostrare a noi il Suo volto attraverso la Persona di Gesù; e nel volto “trasfigurato” noi possiamo cogliere la “Luce” che genera speranza di una vita nuova, perché è vissuta nel seguire il Maestro Gesù. Noi abbiamo continuamente bisogno di essere rafforzati in questo cammino, perché il cammino di fede è sempre pieno di difficoltà, pieno di prove, di tentazioni, e per poter seguire il Cristo – e vedere la Sua Trasfigurazione, cioè vedere il Dio che ci ha promesso quella vita nuova – noi abbiamo bisogno di riuscire ad aver piena fiducia; e ogni giorno nella nostra esistenza dobbiamo manifestare questa realtà: fede-fiducia nelle parole, nelle promesse che Dio ha manifestato a noi.   Nella Trasfigurazione i discepoli hanno visto nel Cristo il volto di Dio, hanno sentito la Sua voce, hanno ricevuto la forza per resistere a qualunque tentazione o difficoltà che dovevano affrontare nel cammino che Gesù stava per percorrere a Gerusalemme. Sono le tappe, in fondo, del cammino della nostra fede, sono le esperienze della nostra vita; e la Trasfigurazione rappresenta una esperienza di manifestazione: Dio si manifesta nella Sua gloria, nella Sua potenza, per infondere in noi piena fiducia e fortezza nelle tentazioni.

La Trasfigurazione è un’esperienza di Luce: la Persona di Gesù appare nella Luce di Dio, cioè vede la bellezza sfolgorante del volto del Padre. La Trasfigurazione è un’esperienza di compimento: Elia e Mosè che parlano con Gesù, sono il segno delle promesse realizzate. La Trasfigurazione però non è ancora Risurrezione, è solo un anticipo, cioè un lampo di questa Luce di Dio che entra negli uomini. E questo accadrà quando il Cristo risorgerà dai morti.

Anche nella nostra fede le tappe di luce non mancano, come non mancano le prove, la sofferenza, i dubbi, i timori, le paure; però nel nostro cammino di fede noi sperimentiamo un anticipo: la gioia dell’Incontro, la consolazione di una Presenza, che dà certezza, che dà sicurezza al nostro cammino. Però per fare questo cammino dobbiamo superare le nostre tentazioni. E sono due innanzitutto le tentazioni che incontriamo; ed è proprio Pietro che ce le indica: la voglia di fermarsi, di non proseguire il cammino (“Rabbì, è bello per noi stare qui”). E’ bello, appunto, perché contempliamo la realtà della bellezza, della profondità dell’amore di Dio; ma non possiamo fermarci, perché non siamo ancora arrivati al termine del nostro cammino, dobbiamo continuare. Qui è soltanto un farci pre-gustare ciò che sarà la gioia della conclusione della nostra vita. E scegliere di credere, significa scegliere di abbracciare e percorrere la stessa strada del Maestro: quella del rifiuto, della Passione, della morte, delle paure, delle incomprensioni; ma poi anche quella della Risurrezione del terzo giorno. Altra tentazione è la pretesa di sapere ormai tutto. Il progetto di Dio ci supera, e quindi dobbiamo accettare di scoprirlo giorno dopo giorno; non possiamo pretendere di conoscere tutto nella nostra vita, perché l’infinità di Dio è incomprensibile alla nostra mente. Abbiamo bisogno, per entrare in questa infinità, sempre della Sua grazia e dei Suoi doni.

Quindi per rientrare (di fronte alle nostre tentazioni e ai nostri scoraggiamenti), dobbiamo avere un punto di riferimento; e la Trasfigurazione è un’esperienza di riconoscimento della nostra vita di fede; cioè è il Padre stesso che fa udire la Sua voce, e mostra in Gesù il Figlio amato: cioè la Parola di Vita, che domanda di essere ascoltata e vissuta. Ecco cosa vuol dire questa parentesi del nostro cammino quaresimale: cioè questo pre-gustare ciò che sarà la Risurrezione al termine della nostra vita. La Trasfigurazione è un incoraggiamento per affrontare le nostre tentazioni, le nostre delusioni di vita che incontriamo. Cristo ha voluto dare garanzia che qualunque cosa può succedere nella nostra vita, possiamo essere vittoriosi, se abbiamo il coraggio, la fiducia, di seguire il nostro Maestro Gesù.

DOBBIAMO RICONOSCERE DI AVER BISOGNO DI DIO

(dall'omelia del 22.02.2015 - I^dom. di Quaresima)

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SINTESI SCRITTA:

La Parola che abbiamo ascoltato in questa prima domenica di Quaresima ci dà delle indicazioni, come noi dobbiamo trascorrere questo tempo, perché ci dà la realtà della nostra vita: noi siamo nulla, noi siamo terra, e se ci manca quello Spirito di Dio, noi ritorniamo terra. Il cammino verso la Pasqua – perché appunto la Quaresima ci porta alla Risurrezione – richiede a ciascuno di noi un cambiamento proprio, profondo, di stile di vita; cioè dobbiamo uscire dal nostro ordinario; dobbiamo essere capaci di azioni forti, tanto da poter cambiare la nostra vita.  Abbiamo perso il gusto della bellezza e della gioia della nostra vita, perché non sappiamo rinnovarci; e sicuramente da soli, con il nostro impegno, con la nostra intelligenza, non lo possiamo fare. Abbiamo perso la realtà che noi abbiamo uno Spirito nuovo; che Cristo nel Battesimo ce l’ha donato a tutti questo Spirito nuovo; e se è uno Spirito nuovo, deve creare continuamente in noi la novità della nostra vita. E’ qui che noi troviamo la gioia del nostro cammino quaresimale, che non è tristezza ma è un aprirsi a quella gioia che scoppierà nel giorno di Pasqua. Questo è il Tempo di Quaresima. Ecco perché è chiamato un tempo propizio, favorevole, per cambiare vita; e la vita la cambiamo soltanto se riusciamo a confrontarla con la Parola di Verità che domenica dopo domenica la Chiesa ci invita ad ascoltare e a praticare. E in questo cammino, il primo passo che dobbiamo fare è quello di riconoscere di aver bisogno di Dio. Oggi la gente non ha più bisogno di Dio, vive tranquillamente senza; però non si domanda mai: “Come vivo? Sono felice, sono soddisfatto, sono contento della mia vita?”. Non ce lo domandiamo più, perché se dovessimo fare queste domande, subito la nostra vita diventerebbe buia, perché ci spaventiamo; perché vediamo che siamo ridotti piuttosto male. Dobbiamo riconoscere di aver bisogno di Dio, di aver bisogno della Sua salvezza. La Parola di Dio ci dice: “Ma chi si potrà salvare? Nessuno senza Dio”. Nessuno – è chiara la risposta della Scrittura –, ma tutti, se ritroviamo Dio. Il bisogno di Dio è stimolato, è suggerito dall’ascolto della Parola.   

Quaresima è un Tempo di riflettere sul nostro essere figli di Dio. Ma quando ci pensiamo che noi siamo figli di Dio? Se noi non troviamo il tempo – e la Quaresima è un Tempo propizio, appunto – per fare silenzio e confrontarci con la Parola – che è questa Parola che mi dice che io sono figlio di Dio –, evidentemente perderemo ancora un altro tempo prezioso che Dio ci offre per convertirci.   Gesù è portato nel deserto; è portato dallo Spirito; non va da solo, è lo Spirito che Lo porta; ed è lo stesso Spirito che porta noi. E’ questo il primo passo che noi facciamo nel nostro cammino quaresimale: accorgerci che dentro di noi c’è questo Spirito di Dio. “Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto dove rimase quaranta giorni, tentato da Satana.”; il testo di Marco non descrive le diverse tentazioni, dice che è “tentato”. Quindi ci indica un tempo, che è il tempo che ciascuno di noi passa nella esistenza terrena, cioè nella tentazione. E da noi, oggi, questa non è più tenuta in considerazione; perché noi non siamo più tentati da niente, perché non sappiamo più distinguere neppure il bene dal male; quindi non siamo tentati. Abbiamo fatto una confusione così profonda, così tremenda, che non riusciamo più a distinguere nulla della nostra vita. Non riusciamo neppure a distinguere che in noi c’è questa impronta di Dio; che ha messo il Suo sigillo quando ci ha creati; e ci ha donato il Suo stesso Spirito quando ci ha chiamato, attraverso il Sacramento battesimale, ad essere Suoi figli. Quaresima è il tempo per verificare se veramente noi stiamo vivendo da figli di Dio; se veramente in noi c’è questo Spirito che il Cristo è venuto a rinnovare nella nostra esistenza terrena.

La tentazione è una prova continua, a cui non è sottratto neppure il Messia, il Cristo. La tentazione fa parte della nostra vita, non possiamo escluderla; è legata alla fragilità, ai luoghi sensibili del nostro itinerario esistenziale; è legata alla nostra debolezza, alla debolezza del corpo, dell’anima, dell’intelligenza, della volontà; è legata alle molteplici sollecitazioni che ci raggiungono dal di dentro e dal di fuori della nostra esistenza; è legata ai tanti bisogni che ci assalgono, bisogno di approvazione, di consenso, di stima, di riconoscenza, di onore.  Ma  il Cristo nel deserto ci ha dato anche le motivazioni per poter uscire, per poter essere vittoriosi; non ci ha lasciato nella tentazione. E qual è la risorsa segreta che permette a Gesù di vincere la tentazione attraverso questo tempo di prova? Certamente non la sicurezza riposta in Sé stesso, ma la fiducia incrollabile nel Padre Suo, nell’amore verso il Padre, nella Sua vicinanza al Padre. Qui sta la vittoria di Gesù e nostra; badate bene: nostra.

Perché tanto male nel mondo di oggi? Perché non c’è più questa realtà nella vita dell’uomo e della donna; noi ci siamo allontanati, lo dobbiamo riconoscere; non sappiamo più esser capaci di mantenere e osservare le Sue Parole, dobbiamo essere consapevoli; abbiamo dimenticato questa realtà preziosa di Dio nella nostra vita. Dobbiamo avere il coraggio di dire: “Sì, ho sbagliato; sì, sono nel peccato”. E questa è la strada che noi dobbiamo percorrere per poter uscire dalle nostre tentazioni. Per realizzare la vittoria sulla tentazione, dobbiamo essere capaci di abbandonarci in Dio, di avere un abbandono fiducioso in Colui che ci rinnova, in Colui che ci ha donato una vita nuova; perché è Lui la salvezza.  Ecco che allora il Tempo di Quaresima deve farci rientrare in questo rapporto nuovo, in questa situazione gioiosa del nostro appartenere a Cristo. Lui ci ha rinnovati, ci ha rimesso in Grazia di Dio; ed è dentro a questa Grazia che noi possiamo veramente accogliere questo “tempo favorevole” e sfruttarlo per convertire la profondità del nostro spirito, ed entrare così nella gioia di seguire il Cristo. “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio”: non dimentichiamocelo, se vogliamo essere felici.

L'AMORE DI DIO NON ESCLUDE NESSUNO

(dall'omelia del 15.02.2015 - 6^dom. del Tempo Ordinario)

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 SINTESI SCRITTA:

Le parole che abbiamo ascoltato in questa sesta domenica, sono di una ricchezza enorme di misericordia, di perdono e di amore. Cioè Dio ha compassione di noi. E sapete cosa vuol dire avere compassione di una persona? E poi, quando è Dio stesso che ha compassione della nostra vita, ma se noi ci pensiamo c’è da rabbrividire. Noi, essere compatiti da Dio? Eppure ciò che noi abbiamo letto è questa verità. Già nella prima Lettura, il Levitico: “Se qualcuno ha sulla pelle del corpo un tumore o una pustola o macchia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra …”. Il lebbroso è un emarginato, un escluso, un buttato fuori, un impuro, che non può partecipare alla vita della comunità e della società. E’ ciò che ci viene detto anche dal Vangelo; però nel Vangelo cambia tutto: questa creatura – reietta, abbandonata, condannata a essere sola col suo male – è reintegrata, è resa pura.  

Le guarigioni sono “segni” dell’Onnipotenza di Dio, che si manifesta nella Persona di Gesù. Segni che dimostrano che Satana è sconfitto; ecco la nostra grande speranza; quindi lo posso anch’io sconfiggere questo Satana, questo nemico del bene, il principe del male. Lo posso sconfiggere, ma non da solo, perché non ho l’autorità di fare questo; l’autorità è stata data a Cristo, e quindi soltanto se io sono unito a Cristo posso sconfiggere il maligno. Qui vediamo la nostra debolezza, la nostra fragilità, ma anche la nostra potenza, se viviamo da figli di Dio; lo vediamo, lo sperimentiamo. Quindi davvero il tempo è compiuto, cioè il tempo in cui Cristo ha vinto il nostro male è compiuto. 

Lo voglio, sii purificato!”, dice Gesù al lebbroso. Ma lo dice anche a ciascuno di noi: “Io voglio che tu esca dalla tua condizione di schiavo, dalla tua condizione di prigioniero del male, del potere del demonio”. “Io voglio” dice Gesù; ma noi? Riusciamo cioè a mettere in atto quel Sacramento che Dio ha dato a Cristo, e che Lui ci ha lasciato in mezzo a noi per rivelare la “Sua potenza” e la “nostra miseria” di creature peccatrici? Ci ha lasciato questa Presenza, cioè quella di poter ritornare ad essere figli, uscendo dai nostri mali. Gesù mostra di essere il più grande araldo del Regno di Dio. Vincendo la lebbra, Gesù mostra, in forma sempre più chiara, l’avvento del Regno di Dio. Il lebbroso – lo abbiamo visto nella prima Lettura – è civilmente emarginato; i lebbrosi non sono in nulla diversi da un cadavere, sono morti, alla società e alla Grazia di Dio. “Guarire i lebbrosi equivale, in qualche modo, a resuscitare i morti”: questo lo scriveva già Flavio Giuseppe, uno scrittore romano; già lui diceva così; sì perché il lebbroso veramente è morto, è un cadavere ambulante. La sconfitta della lebbra – primogenita della morte –  è anticipazione del Dono Pasquale: salute e vita di un uomo destinato alla morte. E noi siamo destinati alla morte, se siamo nel peccato. Ma noi non siamo destinati alla morte, bensì alla Risurrezione. Ecco che allora Dio, per mezzo del Suo Figlio Gesù, compie questa vittoria sul peccato e sulla morte. La compie, ma ci ha lasciato tutti i mezzi, anzi, ha lasciato Lui stesso in mezzo a noi, è rimasto in mezzo a noi, per darci sempre la garanzia che pure noi possiamo uscire dalla morte. Il problema è se noi lo vogliamo.

L’incontro tra il lebbroso e Cristo è meraviglioso: si guardano. E’ sempre attraverso lo sguardo che Cristo colpisce e dà inizio a un cambiamento totale della persona. E poi lo tocca: comunica.

Anche noi abbiamo bisogno di “segni” tangibili; per renderci conto che la persona che mi vuol bene è accanto a me, che non mi abbandona, che mi sostiene, che mi fa capire che mi vuol bene: mi tocca; e Cristo agisce così. Forse noi dimentichiamo la delicatezza e l’umanità del Cristo. Per arrivare a capire la divinità, noi dobbiamo partire dall’umanità, perché noi siamo umani ma siamo diventati divini anche noi attraverso il Battesimo, quella Grazia immensa che Dio ci ha dato. Quindi sono queste due realtà – umana e divina – che devono svegliare in noi che siamo figli; e allora ecco la comunicazione, la vita delle comunità, la gioia di trovarsi dentro, per poter continuare a scambiarci la nostra umanità (debole, fragile) e la divinità (potente) che abita in noi; che ci fa essere vincitori dei nostri mali, l’ultimo –  appunto –  la nostra morte.

Ecco perché è importantissimo il Tempo Quaresimale (che inizieremo mercoledì con le sacre Ceneri): perché noi realizzeremo quella purificazione totale della nostra vita, per poter sentire e far scoppiare in noi la “Gioia Pasquale”; altrimenti no, non sarà così; noi continueremo a vivere nella nostra mediocrità. Se veramente sprechiamo il Tempo Quaresimale, la Pasqua non ha significato per la nostra vita di credenti, perché non cambierà nulla nella nostra vita. Ma se veramente il tempo Quaresimale sarà vissuto intensamente, attraverso l’ascolto della Parola e il tentativo di realizzare ciò che abbiamo ascoltato, allora veramente la Pasqua avrà la potenza di trasformare tutta la nostra vita, cioè di farci uscire dalla nostra schiavitù, attraverso quella liberazione che il cristo opera in ciascuno di noi, se veramente noi siamo disponibili all’accoglienza.

GESU' E' PRESENTE NEI LUOGHI DELLA VITA

(dall'omelia del 08.02.2015 - 5^dom. del Tempo Ordinario)

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SINTESI SCRITTA:

Abbiamo ascoltato dei brani scritturistici che ci fanno avvicinare alle nostre sofferenze; che ci fanno entrare nella fragilità della nostra natura umana; quella fragilità che non vogliamo mai scoprire; quel dolore che cerchiamo sempre di allontanare; quella morte che ci fa sempre paura. Eppure la Parola che abbiamo ascoltato suona di grande speranza e di grande conforto, perché quel Gesù che è venuto sulla nostra terra, non è venuto per mostrare la Sua gloria, ma per redimere, per valorizzare, per trasformare le nostre sofferenze e le nostre fatiche, per comprendere perché l’uomo si trova in queste situazioni.  

Ci viene offerta una giornata tipica di Gesù: si trova nella sinagoga di Cafàrnao, nella casa di Simone, poi tra la folla che si accalca alle porte della città. Questa è una giornata-tipo della vita di Gesù in mezzo al Suo popolo; eppure è una giornata anche normale, perché l’incontro con la gente è il Suo pane quotidiano; non si sottrae alla folla, perché è venuto per essa; non si allontana mai dalla Sua comunità, perché è venuto per mettervi dentro il Suo amore.  Gesù è presente nei luoghi della vita: dove l’uomo prega, ama, vive il suo impegno per poter costruire il Regno di Dio. Non per i nostri affari, no; per costruire il Regno di Dio; perché Gesù aveva detto: “Il Regno di Dio è in mezzo a voi”. Ma lo troviamo? Lo abbiamo trovato? Abbiamo pregato per trovarlo?

Ieri sera andando a un monologo sulla persona di Pietro, il protagonista ha messo in mostra che gli Apostoli non erano dei santi, erano uomini comuni; con tutte le difficoltà, con tutte le debolezze, con tutti i tradimenti che facciamo noi. Pietro non era un santo, ha dimostrato diverse volte di dubitare e di tradire il Cristo, pur essendo il capo, scelto da Dio per fondare la Sua Chiesa. Perché Dio non dà importanza al nostro tradimento, al nostro peccato, se siamo capaci di ricucire tutto il nostro male con l’amore, ritornando a Lui chiedendogli perdono. Nonostante le nostre debolezze Lui è sempre disponibile, è sempre pronto all’incontro, a trasformare la nostra vita, a suscitare in noi quell’amore che converte. E ieri sera proprio l’attore che faceva il monologo su Pietro era colui che si è convertito, quando  ha  interpretato al  cinema il ruolo di Barabba. E quando una persona è convertita, parla del Cristo con un entusiasmo che ti meraviglia, perché è stato affascinato da un amore. E’ tutto lì il problema: noi amiamo sì, a parole, o di tanto in tanto, quando ci fa comodo, ma appena uno ci pesta i  piedi allora l’amore scompare. E Pietro in fondo era così.

Il cardinale Marty, arcivescovo di Parigi, diceva: “Quando la sera ritorno nell’arcivescovado, passo sempre in cappella; lì mi metto in ginocchio davanti a Dio, per poter domani stare in piedi davanti agli uomini”. Questo dovrebbe farci pensare un po’ tutti. Manchiamo, spesso, di tempo per pregare, non lo troviamo mai, chissà perché; però per fare qualunque altra cosa, di tempo ne abbiamo a sufficienza, e anche oltre. Ma che cosa ottengono le nostre occupazioni? La nostra salvezza? La nostra gioia? Sono semplicemente le nostre scuse, che non servono sicuramente a rendere grazie a Dio. Perché forse abbiamo smarrito anche il valore della preghiera. La preghiera sarà sempre dare tempo a Dio; tempo utile, tempo necessario. Dare il proprio tempo è un modo di dare la vita. E Gesù ce l’ha insegnato molto bene. Gesù non si ferma mai: “Bisogna che vada altrove” dice, perché la Bella Notizia sia annunciata e continui la sua corsa. Nessuno impedirà a Gesù di percorrere il Suo cammino, tranne quando sarà inchiodato sulla croce e sarà prigioniero della tomba. Ma per poco tempo. Il Risorto della Pasqua ci raggiungerà sulle strade della nostra vita. Noi forse dimentichiamo che questo Gesù cammina, che questo Gesù è risorto; e con la Sua Risurrezione ha dato a noi non solo la speranza, ma la certezza di risorgere; forse noi dubitiamo ancora – come  Pietro – della verità delle Sue parole, della realizzazione di ciò che è la Sua promessa di una “vita nuova”.

Il Cristo del Vangelo si presenta come Colui che non sfugge di fronte ai drammi dell’umanità, ma li assume, li prende su di Sé, li porta sulla Sua vita attraverso l’esperienza della Sua morte. Lo si può incontrare accanto alle persone segnate dalla sofferenza, dalla malattia, dalla prova; i Suoi gesti confortano, guariscono, sostengono il cammino della Sua creatura. Quanti sono direttamente colpiti da disgrazie, trovano in Lui l’amico che apre percorsi inediti, una vita e una speranza grandissima. E tutto questo si compie nel silenzio dello svolgimento di una vita; nel raccoglimento, nella profondità, nell’intimità della persona. Ecco che noi abbiamo bisogno di incontrare questo Gesù Cristo, perché forse non Lo conosciamo ancora. Anche noi abbiamo bisogno di sentirci visitati dal Maestro; non nascondiamogli le nostre piaghe, ma parliamo con Lui di noi, dei nostri familiari, dei problemi della salute, del lavoro, delle incomprensioni della vita, che a volte si insinuano come tarli e minacciano relazioni di amore; sono tutte sofferenze della vita, e il Cristo le conosce profondamente, ecco perché si avvicina a ogni uomo.

E Gesù, da dove prendeva la forza per essere attento a tante situazioni diverse e drammatiche dell’umanità? Il brano ce Lo presenta al mattino presto in preghiera. Ecco dove gli veniva la forza: questa comunione con il Padre. Badate bene che anche nella nostra vita, se ci manca questo collegamento, tutto ciò che noi facciamo è vano, e non può toglierci dalle nostre tristezze, dai nostri affanni. Quando diciamo: “Non ho tempo di pregare” è un dolore tremendo che  arrechiamo a Cristo Gesù; Lui che ci ha donato tutta la vita, e noi non siamo capaci di trovare un minuto per intrattenerci con Lui. E se ci manca questo, la nostra vita è vana, è inutile; le nostre attività, il bene che cerchiamo di fare, è tutto vanificato, perché non serve né a noi né a coloro che facciamo il bene, perché manca quel legame con l’eternità, con le beatitudini con le quali Gesù Cristo è venuto a portare la redenzione. E’ qui che noi dobbiamo imparare la lezione del Cristo: come Lui era sempre in collegamento con il Padre, soprattutto intensificava la preghiera quando doveva affrontare situazioni dolorose dell’umanità, così anche noi, se vogliamo superare questi drammi della nostra esistenza, dobbiamo, più frequentemente, trovare il tempo da dedicare a Cristo Gesù; perché la salvezza, la gioia, la vita, vengono soltanto da Lui.

LA "PAROLA"... FERISCE E RISANA

(dall'omelia del 01.02.2015- 4^dom. del Tempo Ordinario)

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SINTESI SCRITTA:

Il brano che abbiamo ascoltato segue quello della “chiamata” di domenica scorsa; cioè c’è sempre una continuità da una domenica all’altra; perché la Liturgia della Parola ci fa compiere il cammino della nostra vita; ci fa scoprire le difficoltà che incontriamo nel rimanere fedeli nel realizzare la Parola ascoltata. Questo brano è il primo pannello della cosiddetta “settimana inaugurale di Cafàrnao, che è articolata nella “predicazione”, nell’azione “miracolosa” e nella “preghiera”.

Le prime parole, i primi gesti di Gesù, infatti, rivelano il Suo essere, cioè il Figlio di Dio; perché chi può compiere tali miracoli? La santità di Dio non si manifesta più nel “fuoco incandescente” di fronte a Mosè, ma nel “farsi prossimo” di Gesù di fronte alla nostra povertà; ecco com’è cambiata totalmente la Rivelazione. Gesù, nella sinagoga di Cafàrnao, svolge il Suo insegnamento nella Liturgia del sabato. Le Sue parole non sono indifferenti, creano sempre uno spartiacque, tra lo stupore e l’avversione; tra la preghiera e la bestemmia. Dovunque Gesù passi, ieri come oggi, non lascia mai indifferenti, ma provoca adesioni o allontanamenti; smuove dentro di noi quelle forze assopite, dormienti; cioè ci sveglia dalla nostra monotonia quotidiana. Dovunque la nostra vita entra in questo torpore, di fronte alla Parola di Dio ha una impennata di vita nuova; cioè sentiamo che si stanno sviluppando delle forze nuove dentro di noi, come un terremoto dello spirito, che non può lasciarci indifferenti. Avviene in tutti, ma un indemoniato diventa la punta più alta di un malumore diffuso che si trova, sotto certi aspetti, in tutti noi: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno?”. Anche noi a Lui chiediamo: “Ma che vuoi? Sei venuto a rovinarci?”; cioè a toglierci dal nostro tram-tram di vita quotidiana, dalla nostra monotonia, dove nessuno ci disturba. Non è soltanto l’indemoniato a provare disagio di fronte alla persona di Gesù, ma in tutta l’assemblea c’è questo malumore, quell’astio, quella paura, quell’angoscia, la voglia di scappare e di mettere alla porta Gesù, perché sconvolge la nostra vita.

“Cristo, mia dolce rovina!” diceva padre David Maria Turoldo a questa “entrata” di Gesù nella vita personale. E pensando alle nostre assemblee domenicali –  composte e incappottate, chiuse in un rituale abitudinario, sterili –, la Parola non ferisce e non risana; noi entriamo e usciamo senza che nella nostra vita cambi qualcosa; cioè la Parola ci lascia immutati. Nel grido “Sei venuto a rovinarci”, c’è la paura di cambiare, l’angoscia di vedere scoperti certi nostri compromessi con il male, certe nostre ambigue scelte che facciamo. La Parola “scopre”, la verità fa male.

“Io so chi tu sei: il santo di Dio!”; questa affermazione mi atterrisce, questa affermazione della fede profonda sulla bocca di un indemoniato; perché mi fa capire che non basta sapere, essere iscritto nel registro dei battezzati, essere documentato nella nostra fede. Satana conosce la segreta identità di Gesù Cristo, ma non basta per credere; infatti Satana non crede. Per credere bisogna amare, e lasciare che Gesù venga a stanare il male cresciuto segretamente dentro il nostro cuore. Allora è in quel momento che io sento che questa Parola sconvolge la mia vita; allora non posso non cambiare.

Il tenere chiusa la nostra vita – perché nessuno ci scomodi, perché nessuno ci disturbi – la rende povera, la rende meschina, sterile, cioè non genera più; e la prima cosa che la nostra vita deve generare, se vissuta nella verità, è la gioia; la gioia dell’incontro; la serenità con cui uno comunica la propria vita, il proprio entusiasmo, la propria voglia di vivere; nonostante tutte le difficoltà che possiamo incontrare, tutte le esperienze negative e dolorose che noi possiamo fare. Gesù non si accontenta di fare da corollario alla nostra vita; Gesù pretende il primo posto nella nostra esistenza; non accetta famiglie allargate, in cui tutti vivono contenti nell’isolamento della propria infedeltà. Sì, questo Gesù “viene a rovinarci”, smontando la nostra vita; perché forse la stiamo costruendo su fondamenta false, che non possono produrre gioia e verità; Lui viene per questo; non per condannarci, ma per ammonirci che forse è tempo di cambiare vita, di cambiare strada, se vogliamo sentire la gioia di una esistenza, presente e futura. Gesù ci sradica dalle “nostre false certezze”, ci immette nelle “Sue certezze”, nella “Sua Verità”.

Finché le nostre celebrazioni non saranno sconvolte dalla Parola che “ferisce e risana”, continueremo semplicemente a sopravvivere; così, perché siamo dentro il tempo; senza sentire il fascino di quella “Parola che ha il potere di cambiare” totalmente la nostra esistenza, “se ascoltata e vissuta”. Ecco l’insegnamento che noi dobbiamo trarre dalla Parola ascoltata; se veramente la lasciamo entrare nella profondità del nostro cuore, non può che cambiare la nostra vita, e farci gustare la gioia di un’esistenza ritrovata

CONVERSIONE

(dall'omelia del 25.01.2015 - 3^dom. del Tempo Ordinario)

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SINTESI SCRITTA:

Nella vita di Gesù, come nella nostra – perché anche Lui è uomo – ci sono dei momenti in cui sentiamo il sapore di una “chiamata particolare”. Sono per lo più avvenimenti dolorosi, che ci tolgono dall’ombra e ci pongono nel fascio di luce di una vita nuova; ci mettono in primo piano.   E questo lo notiamo nel Vangelo che abbiamo ascoltato; la notizia che Giovanni Battista è incatenato, e quindi non può più  parlare, ha nel cuore di Gesù un eco straordinario, che Lo chiama, Lo implica, non solo per i rapporti  di amicizia che c’erano con Giovanni il Battista, ma come un “segnale convenuto” per l’inizio della Sua missione. Una voce è in carcere, l’altra inizia a parlare. E incomincia a predicare che “il regno è vicino, il tempo è maturo”, l’esigenza di conversione alla Buona Notizia. E anche noi penso che, facendo memoria della nostra vita che stiamo vivendo su questa terra, allo scomparire di una persona cara e autorevole ci facciamo ascoltatori delle primizie della predicazione di Gesù, chiedendo il dono del cambiamento di mentalità, sempre difficile da realizzare; cioè in quei momenti particolari della nostra vita, sentiamo l’urgenza di cambiare, perché qualcosa ci ha colpito profondamente; e allora non soltanto noi siamo ascoltatori, ma diventiamo seguaci e accompagniamo colui che annuncia la Bella Notizia. Per cui dobbiamo renderci conto che “Il tempo è compiuto”, ed è giunto il momento in cui dobbiamo cambiare totalmente la nostra vita; il tempo dell’attesa è finito, perché Gesù è venuto e l’uomo può raggiungere la verità, perché la Verità è in mezzo a noi. Quindi non attendete, non tentennate, non affannatevi più in vane ricerche; non c’è più tempo da perdere: è giunto il momento decisivo. E’ questo che ci dice la Parola ascoltata. E’ ora di finirla con ciò che è passato e sa di morte: dobbiamo pensare alla vita nuova.    

La nostra conversione sta nel credere al Vangelo, cioè affidarsi al Lieto Annuncio, presente nella Parola e nella Persona di Gesù. Credere non è semplicemente un atto di volontà o un impegno moralistico; convertirsi, credere al Vangelo, è aderire totalmente al Regno di Dio. Per natura l’uomo facilmente non crede; ecco la realtà dell’allontanamento dell’uomo di oggi dalla verità della Parola di Dio. E’ facile non credere, perché non c’è nessun impegno: viviamo alla giornata, prendendo ciò che capita, lamentandoci di quando le cose non vanno bene; ci si chiude in noi stessi e si diffida di tutto. Credere, invece, dimostra la maturità dell’uomo: è l’aprirsi, è il fidarsi, è il rischiare, è il coinvolgimento con l’altro; questo significa credere al Vangelo. Perché il Vangelo è la Bella Notizia, non è un giudizio; è una Bella Notizia, ma evidentemente se io non  la conosco, continuo a vivere nella mia brutalità, nella mia indifferenza, nella mia chiusura, nel mio “io”; non mi accorgo dell’altro. Credere nel Vangelo significa lasciarci coinvolgere nell’avventura di Dio che ha voluto compromettersi con l’uomo; e questo è il massimo della maturità della nostra persona; perché allora abbiamo pienamente fiducia, apriamo totalmente la nostra vita al rischio della verità di quella Parola annunciata oltre 2000 anni fa. Noi facciamo fatica a credere, e faticosamente riusciamo a cambiare marcia, perché siamo troppo legati al passato e a ciò che abbiamo raggiunto; e invece per seguire Gesù dobbiamo essere capaci di lasciare, e di intraprendere una vita nuova; questa è la conversione. Dobbiamo, appunto, passare da ascoltatori, a essere compagni di quel Gesù che cammina continuamente davanti a noi; perché la novità è Lui e nessun altro. I discepoli – Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni –  perché hanno seguito Gesù? Forse lo conoscevano già il Maestro, attraverso incontri precedenti; ma ora, però, sono “guardati”, “chiamati”, “convocati”, ad essere collaboratori, ad essere discepoli: “Venite dietro a me”.

Questo è l’invito che Gesù continuamente rivolge anche a ciascuno di noi: “Venite dietro a me”. Quando Dio entra nella nostra vita, tiene presente la nostra umanità, rispetta il nostro passato e le nostre competenze, dando però un valore nuovo, una finalità diversa. Ora al centro delle preoccupazioni di Simone e Andrea, di Giacomo e di Giovanni, non c’è  più la barca, la pesca; c’è l’uomo; un uomo che si è perso, e che bisogna cercare. Come il Creatore nella prima pagina della Genesi dice: “Adamo, dove sei?”; “Uomo, donna di oggi, dove siete?” Si è perso questo uomo, questa donna, e bisogna cercarlo nella sua nudità, nella sua povertà. Per questo, in fondo, il Figlio dell’uomo è venuto nel mondo; per questo Gesù invia gli Apostoli; per questo continua ad annunciare attraverso la Chiesa la stessa Parola di Verità. E la risposta è nei fatti, più che nelle parole; nei gesti, più che nelle formule rituali. Si tratta di raccontare, attraverso la nostra vita, un radicale cambiamento, un cambiamento di percorso, che va dietro il Maestro; e questo crea la novità e diventa luce per il nostro mondo.

Dio vuole continuamente la conversione dell’uomo e della donna, perché vuole la loro salvezza, la loro felicità; forse noi non abbiamo ancora capito questo. L’insistenza dei richiami di Gesù è per farci vedere, non soltanto quanto amore ha su di noi ma, quella vita nuova che è sempre pronto a donarci se noi riusciremo a convertire la nostra vita. Ecco dove sta la bellezza di credere, e la forza di credere. Noi abbiamo bisogno di queste realtà. Ecco perché allora il salmista ci dice: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie”. Ma quando noi glie l’abbiamo chiesto questo? “Insegnami i tuoi sentieri, guidami nella tua fedeltà, istruiscimi”. Noi ci affidiamo all’intelligenza dell’uomo, ma abbiamo perso la sapienza del cuore; ecco perché non riusciamo a comprendere la bellezza e la profondità della “chiamata” di Dio. E se noi non cambiamo vita non riusciamo a invocare Dio come nostro Padre, come nostro amico, come nostro fratello; e non possiamo dire: “Ricordati, Signore, della tua misericordia” – perché io non posso salvarmi senza di questa – “Ricordati del tuo amore, che è da sempre; perché tu Signore sei buono, sei retto, indichi ai peccatori la via giusta, guidi i poveri secondo giustizia”. Queste sono parole del nostro Libro sacro, che noi dobbiamo forse rendere più familiare per poter comprendere la bellezza di ciò che noi ora stiamo ascoltando e celebrando; perché qui parte la nostra conversione.

" VENITE E VEDRETE "

(dall'omelia del 18.01.2015 - 2^dom. del Tempo Ordinario)

SINTESI SCRITTA:

Le letture che abbiamo ascoltato sono stupende, soprattutto la prima lettura, che ci fa capire come continuamente il Signore ci chiama, in ogni momento della nostra vita. E il Vangelo segue la stessa linea della “chiamata”; chiamata che però esige una risposta. Le letture hanno come sottofondo due domande importantissime: “Dov’è Dio? Dov’è l’uomo? Dio e l’uomo non sono mai l’uno senza l’altro, perché nel caso in cui l’uomo si trovasse da solo, avrebbe smarrito la propria identità, cioè figlio di Dio, quindi sarebbe completamente perso.

Gesù ha affermato che il Regno di Dio è dentro di noi.  Ma noi dove cerchiamo il Regno di Dio? Chissà dove; perché forse abbiamo dimenticato che questo Regno di Dio è dentro di noi; ed è qui che dobbiamo cercare il Signore costantemente; perché ci parla, perché vuole rimanere dentro di noi. Noi non andiamo verso di noi; noi andiamo verso una estraneità, cioè qualcosa che è fuori di noi, che è più grande di noi, ma che ha voluto rimanere dentro di noi, facendosi uomo. Ecco allora il sentirsi chiamati da Dio a vivere in comunione con Lui; questa è la felicità e l’entusiasmo di colui che ha trovato che significa credere in un Dio che ha preso la mia natura. Allora  possiamo  riuscire a  scoprire la bellezza di sentirci coinvolti in questa chiamata, chiamata che potremmo definire chiamata-risposta, perché questo deve caratterizzare la nostra vita di cristiani: dobbiamo rispondere. Samuele, nella prima lettura, è emblematico. Quante volte Dio ci chiama, e noi dove siamo? Immersi nei nostri affari o nei nostri imbrogli della vita quotidiana. E allora ecco che viene in aiuto il Vangelo. “Che cosa cercate?” Avete provato a domandarvi profondamente, in un momento di silenzio della vostra vita: “Ma io cosa cerco? Ma dove sto andando? Ma io sono felice?” Se noi leggiamo attentamente questo brano del Vangelo, ci accorgiamo che mentre chiede a noi – il Signore – il contenuto della nostra ricerca, Lui sta già cercando noi; noi dimentichiamo questo. Gesù ci cerca continuamente, perché per questo è venuto su questa terra, perché vuole rimanere con noi, e lo fa scandagliando la profondità del nostro cuore. Quel cuore che oggi purtroppo non ascoltiamo più, perché siamo diventati troppo intelligenti, e ragioniamo sempre, non siamo più capaci di abbandonarci, cioè di sentire quelle emozioni dell’incontro, perché mi fido della persona che ho incontrato.

Gesù ci chiede: “Sai veramente qual è la tua ricerca? Qual è il motivo profondo di ciò che stai cercando? Stai cercando qualcuno, oppure sotto mentite spoglie stai cercando te stesso?” Perché noi siamo capaci, con una facilità estrema, a camuffare i nostri interrogativi, le nostre risposte. E Gesù ci chiede di rispondere senza alibi, partendo semplicemente dalla constatazione che spesse volte quando Lo cerchiamo, non Lo troviamo dentro di noi, Lo percepiamo oltre, fuori. Allora ecco perché alcune volte smettiamo di cercarlo, perché facciamo fatica, dobbiamo sempre andare chissà dove; ma Lui è dentro di noi.

“Che cosa cercate?” La risposta che noi troviamo nel Vangelo è semplicissima: “Venite e vedrete”; è semplice; ma qui sta la difficoltà di andare, per trovarlo, per vederlo. E dov’è questo Gesù? E’ qui, questa è la Sua casa; qui ci aspetta.  Lui ci conosce profondamente; perché abbiamo paura a raccontargli la nostra storia, le nostre emozioni, i nostri sentimenti, le nostre difficoltà, i nostri peccati? Se siamo capaci di “andare e vedere”, riusciamo a scoprire il valore profondo della Parola di Dio; perché questa Parola scava dentro di noi, ha la possibilità di far emergere la verità profonda della nostra vita. E allora ecco che troviamo la capacità di aprire il nostro cuore, e lì sentiamo la bellezza dell’Incontro: “ho incontrato il mio Signore”; e allora me ne vado nelle mie faccende quotidiane con Lui dentro di me. Ecco la trasformazione, ecco la conversione, il cambiamento della nostra vita, ecco che abbiamo trovato la felicità di vivere su questa terra.

Gesù non si presenta come una meta già raggiunta, ma lascia aperto il cammino e Lui si accoda a noi; non dice: “siete arrivati”, no; una volta che l’abbiamo trovato, Lui cammina con noi, perché deve portarci al Padre; non è Lui il centro. E’ indispensabile l’Incontro, perché senza questo Incontro noi non possiamo arrivare a conoscere il Padre, a entrare nella gioia del Padre; e allora il raggiungimento di Gesù non è la meta, ma è un camminare insieme verso l’Incontro con il Padre. “Venite e vedrete”: che cosa? Il Padre! Cioè invita a fare esperienza, a entrare nella stessa avventura in cui Lui stesso – Gesù – è coinvolto in prima persona. Gesù è venuto per farci conoscere il Padre; ecco il cuore e la bellezza della nostra fede. E allora la fede cos’è? Avere fede significa seguire Gesù, per condividerne l’atteggiamento di ricerca e di servizio. E Gesù è venuto a mettersi al nostro servizio, per portarci verso il Padre. Quindi è attraverso questo Incontro, è attraverso la preghiera, che noi possiamo conoscere Gesù, e poi lasciarci condurre verso il Padre. Solo a queste condizioni si può sperare di essere “pietre miliari”, come Simone, come Andrea, come Samuele. E’ difficile? Io credo di no. Perché il Dio dei poveri non può essere un Dio complicato, che è difficile trovare. Dio si mostra nella semplicità, Lo abbiamo celebrato nel mistero dell’Incarnazione, un bimbo; quindi non è difficile incontrare un bimbo, abbracciarlo e comunicargli i nostri sentimenti. Certamente se Dio è al di fuori di noi, se il Dio è evanescente nei cieli infiniti, sicuramente che è difficile. Ma Lui ci ha mostrato che è dentro di noi, che è nato dentro di noi; ecco che allora non è difficile. Perché la fede non è l’accoglienza di una serie di nozioni da imparare a memoria; la fede è l’Incontro con Gesù, Maestro della mia vita, che cambia i connotati e la mia domiciliazione, perché sono “Sua abitazione”; ecco la bellezza del nostro essere credenti. E allora se anche noi ci sentiamo coinvolti in questa ricerca e in questo Incontro, sicuramente la nostra vita sarà trasformata dalla Sua presenza.

ORA TOCCA A NOI RICONOSCERE IL FIGLIO DI DIO

(dall'omelia del 11.01.2015 - Battesimo del Signore)

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SINTESI SCRITTA:

Con la celebrazione odierna si conclude il Tempo di Natale. Abbiamo passato l’Avvento imperniato sul Battista; adesso ci troviamo di nuovo sul fiume Giordano, con Giovanni Battista che battezza proprio Colui che aveva annunciato. Se la prima parte del Vangelo riassume tutta l’attesa del Messia, la seconda parte conferma che è proprio quel Gesù di Nazareth, in fila come tutti, ad essere il Figlio di Dio, mandato nel mondo per la sua salvezza. Ecco, dentro questa realtà, noi dobbiamo capire chi è questo bimbo nato. Forse anche noi ci siamo fermati, durante la nostra vita, a questo bimbo; però spesse volte ci siamo dimenticati che questo bimbo è Figlio di Dio; ed è  proprio questa verità – Figlio di Dio –  che ha sconvolto il mondo intero, è questa profondità, è questa rivelazione: questo bimbo nato è Figlio di Dio.   

Dobbiamo oltrepassare la capanna di Betlemme, i pastori, i Magi, e dobbiamo cercare di cogliere la profondità di senso di quello che è accaduto. Quel bambino, che ci sorride nel presepio, è venuto per realizzare il progetto di Dio sull’umanità. Ha un messaggio da portare, ha un Lieto Annuncio che cambia la vita di tutti quelli che – uomini e donne – lo accoglieranno.  Per coloro che lo accolgono, la propria vita sarà trasformata, per gli altri no.  

La Liturgia di oggi ci mette davanti al racconto del Battesimo di Gesù; ci obbliga a fare i conti con un Gesù adulto, con la Sua missione, con le Sue parole, con i Suoi gesti; cioè ci invita ad accogliere un Gesù che non corrisponde, forse, alle immagini che ci siamo fatti di Lui.  Alle volte è scomodo, alle volte è esigente, ma sempre pronto a perdonarci. Un Gesù difficile, perché offre la salvezza e la vita, ma ci chiede anche la conversione totale della nostra vita, ci chiede anche una fedeltà profonda alla Sua Parola. Quindi un Gesù che non si accontenta di un po’ di commozione, ma desidera entrare nella profondità della nostra esistenza, perché vuole cambiarla, vuole trasformarla.

E’ dall’acqua del Giordano che esce questo Messia, questo Gesù, Figlio di Dio, che realizza il disegno del Padre per cui l’ha mandato su questa terra. Perché è lì, nel Giordano, che avviene la “manifestazione”,  lì si “aprono i cieli”, e da quel momento la terra è “abitata” dallo Spirito del Figlio di Dio. Quindi se noi, ora, oggi, siamo disposti a seguire Gesù, come ci propongono le domeniche successive, potremmo scoprire tutte queste realtà della nostra salvezza. Ecco perché la pedagogia della Chiesa ci fa passare da Gesù Bambino, a Gesù adulto; da Gesù che ci sorride, a Gesù che ci parla; da Gesù del presepio, a Gesù vivo.  

Il presepio è quindi un passaggio, una rappresentazione; ma che ci mette di fronte a tutta la verità di questo bimbo Figlio di Dio. Ora tocca a noi –  come i pastori, come i Magi, come gli angeli –  riconoscere questo Figlio di Dio, e quindi metterci in cammino, volgere lo sguardo attorno, per cercare “i segni” della Sua presenza, perché è vivo, quindi c’è. E’ vivo perché è risorto. Ecco perché il mistero che celebriamo a Natale ci congiunge direttamente al culmine della vita offerta da questo Figlio di Dio, cioè la croce. Il Risorto. Quindi deciderci di dare credito alla Sua Parola, alle Sue promesse, che continuamente Lui ci propone. E questa è semplicemente l’avventura meravigliosa della nostra fede, è l’esperienza della gioia e della pace autentiche, che noi abbiamo cantato nel giorno di Natale. Ma non li possiamo separare, Natale e Pasqua, altrimenti non comprendiamo il mistero del Figlio di Dio. Perché è un mistero. Gesù di Nazareth è un uomo come tutti gli altri, ma è anche Figlio di Dio, e qui sta il mistero; ma qui sta la nostra salvezza e la nostra fede. Tutti vedono un uomo in fila come gli altri al Giordano, mentre una voce dal cielo lo rivela “Figlio di Dio”.

E che cosa ci rivela la presenza di Dio oggi nella nostra vita? Che cosa rivela un vero cristiano nel mondo di oggi? Sarà una Parola, che accolta porterà frutto, che avvicinerà il cielo alla terra (come ci dice la prima lettura). Sarà la fede, che riconosce in Gesù Colui che ha vinto il mondo. Sarà l’amore, che genera i figli di Dio nello Spirito che dà testimonianza (la stupenda seconda lettura). Sarà vivere la vita come figli di Dio (il Vangelo), ascoltando quella voce che nel Battesimo dice a ciascuno di noi che siamo figli amati dal Padre. Verità stupende. Con il Battesimo è stato posto in noi il seme di una vita presente e futura, cioè il nostro tempo che viviamo su questa terra e l’eternità. Noi abbiamo dentro questo seme. E’ invisibile, senza gli occhi della fede; non le possiamo scoprire tutte queste verità se ci manca la fede, ecco il non credente, perché mai ha cercato la verità di questa Parola, e allora non crede. Invisibile, ma che si manifesta in una esistenza vissuta da figli e di fraternità. E’ qui che noi scopriamo le verità profonde che sono dentro di noi, perché anche noi abbiamo ricevuto il Battesimo; un Battesimo, appunto, di Spirito Santo, che ha reso la nostra vita umana, spirituale, eterna; che ha reso la nostra umanità, divinità.   Vivere il Battesimo è essere come il Battista, immersi nella terra, ma con una speranza di una terra nuova; immersi in  Dio, per scorgere tra gli uomini la Sua presenza, cioè scoprire che il Cristo è presente. Quindi una voce testimonia che Dio è vicino ed è sempre vivo, che illumina ogni cosa, che è forte perché vince la morte; che può essere anche debole, perché è stato distrutto sulla croce; e questo è il paradosso della vita cristiana, di Gesù, e di tutti quelli che credono in Lui.

E allora questa gioia del Natale noi la prolunghiamo, domenica dopo domenica, seguendo la crescita di questo bimbo, cioè seguendo quelle parole che la Liturgia ogni domenica ci propone da meditare, per poter entrare veramente in questo mistero di un Dio fatto uomo, e per sentire, vivere e scoprire che in noi c’è questa vita nuova. Allora il mistero dell’Incarnazione lo viviamo dentro la nostra vita, cioè questo bimbo si è incarnato nella mia umanità; è qui che si prolunga la gioia del Natale; è qui che scopriamo la bellezza del nostro essere seguaci di un Dio che ci ha donato, nella totale gratuità, il Suo Figlio per salvare la nostra umanità, per renderla eterna.

Questa è praticamente la continuità del mistero dell’Incarnazione che, durante l’anno, la Chiesa continuamente ci propone di rivedere come noi lo stiamo vivendo.

L'EPIFANIA CI FA CAMMINARE ALLA RICERCA DELLA LUCE

(dall'omelia del 06.01.2015 - Epifania del Signore)

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SINTESI SCRITTA:

Ogni settimana noi festeggiamo la Pasqua del Signore, perché la domenica è il giorno dedicato a questo evento straordinario e unico nella storia dell’umanità; cioè Cristo, morto e risorto, è la nostra salvezza. Se noi non riusciamo a comprendere che la domenica è quel giorno meraviglioso in cui questo bimbo nato si è offerto al Padre per noi, come facciamo a vivere su questa terra? Perché viviamo su questa terra? Semplicemente perché passa il tempo? Semplicemente perché siamo carichi delle preoccupazioni e del lavoro della vita quotidiana? Ma allora la gioia di questo bimbo nato, la gioia che il mio Signore è risorto, dove la lasciamo? Come facciamo a sentire la gioia di vivere se noi dimentichiamo questo? Allora emergono tutte le nostre preoccupazioni, dalle più banali alle più tremende, e noi non ci accorgiamo che viviamo dentro, e perdiamo quella bellezza della vita che questo bimbo nato ha portato sulla nostra terra. Ecco la tristezza della vita, e ancora di più la tristezza del cristiano, che ha completamente smarrito la luce; quella luce, appunto, che il giorno di Epifania viene rivelata. E questa luce è il Cristo, è questo bimbo nato. Ecco la solennità dei Magi. Scrutano i cieli, e trovano, scoprono una stella. Per loro quella luce è semplicemente un segno; ed è così per tutti quelli che cercano. Il problema è che oggi il cristiano non cerca neppure l’autore della propria fede; ecco perché è smarrito e impaurito, perché cammina nelle tenebre, non è più capace di alzare lo sguardo verso il cielo, perché si accontenta semplicemente della terra;   e la terra non può procurarci la gioia di vivere.

Ma attenzione, però, a che cosa serve una luce se siamo ciechi? A che cosa serve che Dio nasca sulla terra, se nessuno lo riconosce? Guardate bene che la cristianità di oggi è un po’ così. A che cosa serve una luce che illumina tutti i popoli, se abbiamo gli occhi chiusi?   A che serve credere, se siamo ciechi? Non vediamo nulla della bellezza della vita e della storia; ma ci accorgiamo soltanto delle negatività e delle bruttezze,  delle lotte, delle divisioni, delle imperfezioni e della malizia dell’umanità; quindi tutte le conseguenze di queste realtà. E noi continuiamo a lamentarci perché viviamo dentro queste, e non ci accorgiamo che una luce è apparsa. Ma se non apriamo gli occhi, non possiamo cambiare, rimaniamo dentro questo turbinio di male; e pensiamo di vivere. Ma che Vita… Che tristezza di vita…

Epifania: rivelazione e manifestazione di una luce meravigliosa che illumina la nostra vita. Quindi  se questa luce non l’abbiamo scoperta, non l’abbiamo vista, noi camminiamo nelle tenebre. E che significa camminare nella tenebre? Che siamo sempre a terra; che abbiamo il cuore chiuso; che non riusciamo a scoprire che qualcuno ci ha tratto fuori da queste tenebre, perché ci ama, perché ci vuol bene, perché vuole che noi ci salviamo.

Dio ha manifestato tutto, più di questo non poteva fare per salvarci. Però c’è sempre chi ha gli occhi chiusi.  Ma se noi non vediamo questa luce, se noi non conosciamo questo Gesù Cristo; se noi non ci accorgiamo che è stato crocifisso per salvarci, noi rendiamo vana tutta la nostra vita e tutto ciò che facciamo, dalla fatica al dolore. Allora cerchiamo di dargli un valore a questi aspetti della nostra vita.

E invece ecco che l’Epifania… è la “befana”; eccolo qua lo stravolgimento completo della realtà della festa. Belle trovate che noi facciamo, con le nostre intelligenze del 2000; perché dobbiamo trovare qualcosa per far festa. Ma a che serve far festa, se ho perso il cuore della festa? A che mi serve? Non toglie la mia tristezza, la mia monotonia di tutti i giorni, le mie preoccupazioni; non me le toglie. Anzi, forse le aumenta di più, perché  ne sento ancora più il peso, perché so che sono falso; perché quella festa non mi tocca, non mi dice nulla. E allora forse dobbiamo rivedere un po’…

“La luce splende nelle tenebre”: lasciamo aperta la nostra vita; se la nostra vita è chiusa, le tenebre rimangono sempre dentro, perché la luce non può penetrare.

La notizia stupenda dell’Epifania è straordinaria, perché Dio è venuto per tutti, Cristo è il Re dell’umanità, è veramente nato a Betlemme, e tutti possono vedere la sua stella; tutti; perché brilla. Cristo è veramente “la luce vera, quella che illumina ogni uomo”, dice Giovanni; e il sogno di Dio è proprio quello: che ogni uomo veda la luce di Cristo, che brilla sempre. Badate bene: “il sogno di Dio”; forse non è il nostro sogno. Ecco la nostra lontananza, ecco la nostra tristezza, ecco l’incapacità di vivere la gioia; perché siamo lontani; e se siamo lontani da questa luce del Cristo, siamo lontani anche tra di noi.

E allora facciamo sì, appunto, che questa solennità dell’Epifania muova i nostri passi alla ricerca della luce, se vogliamo trovare la bellezza e la gioia del nostro vivere, anche su questa terra, nonostante tutto.

NATALE CONTINUA... DIO E' CON NOI PER SEMPRE !

(dall'omelia del 04.01.2015 - 2^dom. dopo Natale)

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SINTESI SCRITTA:

Seconda domenica del Tempo di Natale. Dio ci dà ancora tempo per riflettere sul mistero del Verbo incarnato. La Liturgia ci invita oggi a celebrare ancora una volta il Natale del Signore. E’ un mistero così profondo, quello dell’Incarnazione, che ha bisogno di tempo per essere gustato e per irradiare tutto il suo splendore nella nostra vita. Perché il Natale ha una profondità così immensa che non possiamo cercare di conoscerlo in un giorno, abbiamo bisogno di tempo, abbiamo bisogno di riflessione, abbiamo bisogno di far sì che questo mistero, questo Dio nato, entri nella nostra vita. Ne abbiamo passati di Natale, ma noi siamo rimasti uguali, cioè non sentiamo che Dio è nato dentro di noi. Infatti c’è già chi è pronto a tirar giù, a casa, la scatola per rimettere dentro pastori e bambino, fili dorati, palline colorate, per celebrare la fine delle feste.

Il Natale è triste per noi credenti, se non riusciamo a capire che “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, non per un ciclo festivo, ma per sempre – ecco il Natale –  Dio è con noi “per sempre”. Se ci sfugge questo “per sempre”, che significa il Natale? E’ già tutto passato… Che ha prodotto dentro di noi? Che ci ha lasciato? Che cosa ha trasformato? Che cosa abbiamo sentito? Chi siamo diventati? Se tutto questo in noi è “statico”, non ha preso movimento, sicuramente il Natale è tutto passato. Ma  il Natale è “movimento”, è “azione”, è “vita”; e se è vita, non può passare, segue il ritmo del nostro crescere, del nostro divenire.

La Liturgia di oggi ci fa scoprire la leggerezza del Natale, ci fa percepire la bellezza, per poter indugiare ancora una volta davanti a un presepio, e penetrare, che significa che un Dio ha preso la mia carne, che un Dio è venuto ad abitare dentro la mia vita.    

Le parole che noi abbiamo ascoltato, ci pongono davanti al mistero del Natale con una prospettiva ben precisa, che potremmo descrivere con tre connotazioni: una visione meravigliosa, un movimento che ci trascina, e il ritmo della leggerezza della Rivelazione.  Sono testi che vogliono coinvolgerci in un movimento, per far percepire che il tempo nel quale viviamo, la storia della nostra vita, dipende da questo bimbo nato; ecco la bellezza, ecco la leggerezza della nostra vita. E dentro questo, allora, noi scopriamo la Sapienza, la Speranza e la Parola. Sono questo intreccio, in una sapiente sinfonia del mistero, che avvolge la nostra vita. Questa è la bellezza e la leggerezza del Natale, che continua nella nostra esistenza!

 La Sapienza è il gusto di essere e di esserci; e quindi è dentro la nostra vita, che attraversa momenti, luoghi, sempre diversi. E anche Dio. Dio, nel rivelarsi attraverso questa Sapienza di Dio, percorre, sosta, cammina, dimora, in luoghi e spazi diversi; come la nostra vita di tutti i giorni. Ed è passata attraverso la Creazione, il popolo di Israele, la Torah, la Sapienza dei popoli, fino a trovare – questa Sapienza – un posto in Cristo Gesù.   Ecco che questa spinta ci porta fino a Betlemme, è lì che scorgiamo che la Sapienza di Dio si è incarnata. Ecco il percorso, in fondo è la nostra vita.  Parte dal progetto originario di Dio attraversa tutte le sfumature della storia  – che è una storia che continuamente rivela il disegno di Dio –; fino a giungere al punto che questo disegno – attraverso la Sapienza –  si personifica, diventa creatura, diventa Dio tra gli uomini.  E questo Dio è presente tra gli uomini – benedetti, scelti, santi, immacolati, predestinati, figli, chiamati – che ci dicono il cammino che noi dobbiamo percorrere, se vogliamo vivere nella Sapienza di Dio. La Sapienza sono quelle variazioni musicali che Dio mette continuamente dentro alla nostra vita; ed è proprio questa musica, leggera, profonda, che ci fa scoprire la bellezza del Natale, la presenza continua del Natale. Cioè, questo percorso dice una qualità della nostra esistenza: la bellezza, l’entusiasmo, la gioia, l’amore; questa è la Sapienza, questa è la realtà del mistero del Natale.

Poi c’è un altro aspetto, che è quello  che ci propone Giovanni: vedere la storia con gli occhi di Dio significa non partire dall’uomo Gesù, ma dal Verbo, dalla Parola; Parola eterna che ha creato il mondo; e che ad un certo punto Lui stesso si è incarnato, è venuto nel suo mondo creato. E solo così noi possiamo decifrare il mistero del Natale, cioè la leggerezza, la bellezza del Natale: il  Verbo, il Figlio di Dio, ha assunto la carne di un uomo, è diventato del tutto simile a me; una realtà inconcepibile per la nostra natura; inimmaginabile per gli ebrei. Come può Colui che è perfetto far sua la fragilità della condizione umana? Come può il Santo nascere come uomo nel grembo di Maria? Eppure in tutto questo noi percepiamo la grandezza dell’amore di Dio, che non esita ad entrare nella storia, – disarmato, semplice, umile, come un bimbo – per manifestare la Sua grazia, la Sua bontà; per offrirci la Sua stessa vita. Ecco come noi possiamo prolungare il mistero del Natale; è così. “E il Verbo si fece carne”, è questo. Certo, non risolve  i nostri problemi immediati, ma la Sua presenza tra noi è inizio di Redenzione, e speranza, che ci può far bussare alla Sua porta in ogni momento, così come si farebbe con un vicino di casa quando abbiamo scoperto che ci vuol bene. Ecco, così si prolunga il Natale, carissimi. Ed è soltanto così che noi possiamo gustare la bellezza di questo “piano” meraviglioso che Dio ha stabilito, ha compiuto, per salvare la nostra vita.      

DIO AMA CHI CAMMINA...

(dall'omelia del 01.01.2015 - Maria SS Madre di Dio)

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SINTESI SCRITTA:

Oggi primo giorno dell’anno. Abbiamo riempito la nottata di auguri, ma che cosa contenevano quegli auguri che noi ci siamo scambiati? Che cosa abbiamo augurato? Parole; tante, tante parole. Ma l’augurio che ci viene indicato dalle parole che abbiamo ascoltato e ciò che ci dice la Chiesa per mezzo del Pontefice Francesco, che cos’è? La pace, la tranquillità, la pace del cuore, dell’anima; per poter riprendere in mano la nostra vita e portarla agli altri. Questo è l’augurio che noi dobbiamo esser capaci di realizzare durante il nuovo anno; altrimenti ricadiamo nelle banalità e nella vita monotona di tutti gli anni. Perché è la Parola di vita eterna che ci dà la novità, che noi dobbiamo trasmettere attraverso gli auguri. La novità non sta nelle capacità dell’uomo, ma dentro quella Parola che in questi giorni noi abbiamo udito da quel Dio fatto uomo.

L’ufficio stampa scelto da Dio, per diffondere la notizia stupenda della nascita di Gesù, qual è? E’ quella dei pastori: “Essi andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino”. Questo è l’ufficio stampa. Strano, perché questa gente non era ben vista dagli altri, non aveva credibilità di fronte agli altri, quelli che avevano potere, quelli che si ritenevano grandi. Forse per la loro vita all’aperto, per i loro commerci, per le storie che si raccontavano su di loro. Fatto sta che questi pastori non perdono tempo, vanno a cercare questo bambino.

Gli auguri sono belli quando esprimono la verità di un cambiamento della nostra vita, quando esprimono l’impegno che io mi assumo per cambiare la mia vita, e auguro anche all’altro la stessa realtà, di trovare la novità dentro il proprio cuore.  

Tutte le rivoluzioni degli uomini sono passate, e hanno lasciato disastri su disastri. E’ la rivoluzione di questo bimbo nato che ha portato la novità, ha portato la pace, ha portato la concordia, ha portato la fraternità. Dobbiamo convincerci, noi credenti, di questa realtà. Cioè andare a cercare questo bimbo. Serve, nel nostro mondo, uno slancio del cuore: “Senza indugio, andarono, e trovarono”, questo afferma il Vangelo; senza tanti ragionamenti, senza tanti se… ma… forse… “Vado! Cerco! E non smetto di cercare fin quando ho trovato!”. Questo è l’augurio di un “nuovo” anno, carissimi cristiani. Dobbiamo cercare questo bimbo che abbiamo perso; lo dobbiamo trovare, se vogliamo che cambi la nostra vita e il nostro tempo.

La Liturgia di oggi pone uno sguardo particolare su Maria. Ella è la Madre di Dio; non semplicemente la mamma di Gesù: è la Madre di Dio. E dire ciò, significa dire qualcosa che ci fa venire le vertigini, se siamo capaci di commuoverci. “Madre di Dio”, una creatura… Pensate, riflettete… Un’antica antifona mariana recita così: “Tu che accogliendo il saluto dell’Angelo, nello stupore di tutto il creato, hai generato il tuo Creatore”. Meraviglioso! Più che capire, oggi dobbiamo stupirci di ciò che Dio ha fatto per salvare la nostra vita. E qui emerge quell’amore infinito che Dio ha per ciascuno di noi. E allora questo giorno, primo dell’anno, giorno di pace, giorno della Madre di Dio, dobbiamo imparare ad amarci.

Mi piace far notare che il Dio di Israele sembra amare in modo particolare coloro che camminano, coloro che lasciano tutto, coloro che rischiano tutto per cercare Lui. E’ bella questa espressione che troviamo nel nostro Libro sacro, queste storie. E abbiamo questi personaggi che ci fanno strada, per arrivare a trovare il bambino nato per la nostra salvezza. Dio ama Abramo, che per fede partì per un luogo che non conosceva. Ama Mosè, che per ubbidienza lasciò la sua patria per un deserto abitato soltanto dalla presenza del suo Dio. Ama Rut, che per amore lasciò la sua patria per un popolo non suo. Ama Maria, che partì in fretta per condividere con Elisabetta il dono di Cristo. Ama i pastori, sentinelle nella notte in attesa di questo evento. Ama i Magi, camminatori solitari verso l’adorazione di questo bimbo nato. Dio ama chi cammina, per questo, alla pienezza dei tempi, Egli stesso si è posto in cammino: “E il Verbo si fece carne, e ha posto la sua tenda in mezzo al suo popolo”. Questa è la realtà della nostra vita di credenti, di figli di Dio. Questi sono gli auguri che noi dobbiamo esser capaci di trasmettere nella gioia del nostro cuore perché abbiamo trovato, o meglio, siamo totalmente in cerca di questo bimbo nato, e che ha portato la salvezza mia e dell’umanità intera.

ALLA SCUOLA DELLA SANTA FAMIGLIA DI NAZARETH

(dall'omelia del 28.12.2014 - Festa della Santa Famiglia)

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SINTESI SCRITTA:

Il Tempo del Natalesi allunga nel tempo e nella scansione, per farci comprendere il farsi uomo di questo Gesù nato bambino; cioè come lui ha imparato a essere uomo – era Dio,  quindi ha dovuto imparare, come ciascuno di noi, che cosa significa il crescere, l’aumentare, il camminare –; cioè imparare, da quelli che erano davanti a lui, ciò che doveva fare, innanzitutto da Maria e da Giuseppe. E la celebrazione della Santa Famiglia, di Gesù, Maria e Giuseppe, si colloca all’interno di questo mistero dell’Incarnazione, per farci capire che il mondo si continua perché vive in famiglia. La famiglia è qualcosa non solo di religioso, ma di naturale, che poi il Cristo ha consacrato, l’ha elevata a Sacramento, ma la famiglia è dall’inizio.

Le parole del Vangelo che noi abbiamo ascoltato ci fanno comprendere la realtà della famiglia, come dovrebbe essere, e se non è, le conseguenze che comporta il rompere questa famiglia cresciuta attraverso il cammino naturale dell’uomo e della donna. E nella luce del Natale, dopo aver adorato il Dio fatto bambino, noi adesso dobbiamo allargare questa realtà e dobbiamo includere i primi testimoni, Maria e Giuseppe, che con il bambino compongono una unità che si chiama famiglia. Li guardiamo nello svolgimento quotidiano dei loro giorni, Maria e Giuseppe intenti a questo bimbo; Giuseppe preoccupato del suo lavoro, per mantenere la famiglia. In queste relazioni –  che praticamente sono comuni a tutte le famiglie, non è che la famiglia sia cambiata dall’origine, è la stessa, è il mondo che è cambiato, è il mondo che ha rovinato e rovina la famiglia – se noi guardiamo appunto alla Famiglia, la fotografiamo, ci accorgiamo che vive nella normalità, dell’impegno, delle preoccupazioni, per poter mantenere quell’armonia, quell’amore, dentro.

Noi dobbiamo forse riflettere maggiormente su questa Famiglia di Nazareth. Già Paolo VI diceva: “La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo”. E dobbiamo ritornare lì, cioè essere capaci di iniziare la nostra vita, fondare la nostra famiglia su questo nucleo, Gesù, Giuseppe e Maria, come hanno vissuto a Nazareth, il loro paese. Perché qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa Manifestazione del Figlio di Dio. Altrimenti cosa vuol dire il Natale? Sì, forse oggi alla maggior parte sfugge la verità del Natale, perché per tanti è già passato, e per tanti neppure è stato vissuto – non dai pagani, dai cristiani – proprio perché non siamo stati capaci di fermarsi a Nazareth, cioè a Betlemme dove questo bimbo è nato, e poi è ritornato nel suo paese, ed è vissuto lì, ed è vissuto dentro una famiglia, quindi ha camminato come cammina ogni famiglia.   

Nazareth ci ricorda che cos’è la famiglia, che cos’è la comunione d’amore, la sua bellezza, il suo carattere sacro; ci fa vedere come è dolce l’educazione in famiglia. Perché noi oggi abbiamo perso anche questo. Cioè il compito fondamentale della famiglia è la formazione, è l’educazione, ma non si può dare questo se non c’è amore.   

Il Vangelo conclude: “ Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”; forse nel nostro crescere ci manca questa sapienza, e ci manca la grazia di Dio. Noi cresciamo in fortezza, ma ci manca ciò che rende personale la nostra vita: questa sapienza di Dio, e la grazia che Dio riversa su di noi attraverso la Sua Parola di vita eterna, attraverso il Suo essere in mezzo a noi

FAR NASCERE DIO DENTRO DI NOI

(Omelia del 25.12.2014 - Natale del Signore)

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Giorno di luce, oggi, per coloro che credono fortemente in questo avvenimento unico della storia dell’umanità: un Dio che nasce con la nostra carne; un Dio che prende vita nella limitazione, nella debolezza, nella fragilità della nostra natura umana. Di fronte a questo avvenimento, se noi non riusciamo a far emergere dalla nostra vita – così turbolenta, così fredda, così materiale –  la tenerezza del cuore, è difficile che noi ci accorgiamo che oggi è Natale, cioè il Natale di un Dio che si fa uomo; questo è il cuore di questa solennità cristiana. E qual è il motivo per cui noi dobbiamo sentire il Natale carico di tenerezza, di affetto, di amore, se non la capacità di far nascere dentro di noi questo Figlio di Dio? Soltanto così noi potremmo gustare la bellezza di questo giorno. E in un mondo in cui c’è freddezza, c’è agitazione, c’è turbolenza, c’è indifferenza, è difficile scorgere che nasce un bimbo; perché non fa chiasso e non fa neppure notizia oggi; fa più notizia l’uccisione di un bimbo che la nascita. E allora penso che dobbiamo essere capaci di ritornare a un Natale libero da tutte le brutture del nostro tempo, e rientrare nella profondità del nostro spirito, per far scorgere che ancora dentro di noi, nella profondità, ci può essere della tenerezza.

Far nascere Dio dentro di noi; non è una parola, è un mistero. Ma se questo Dio non nasce, evidentemente il Natale non ci può essere nella nostra vita, perché è un qualcosa che passa, e ciò che passa non mi serve più. Il Natale deve essere un “presente”, perché ne ho sempre bisogno, ho sempre bisogno che dentro di me nasca questo Dio fatto uomo, perché questo solo sarà il vero Natale a cui siamo chiamati a vivere.

Chi era Maria se non una di noi? Chi era Maria se non il segno che siamo chiamati a essere madri del divino che abita dentro alla nostra vita? Il nostro compito è lo stesso di una madre incinta: accogliere, dare spazio, far uscire ciò che ci abita dentro; nella verità.

Come posso chiamare quello che ho vissuto? Un’esperienza mistica, questo giorno di Natale? Ma a mistico associamo cose “dell’altro mondo”: visioni, immaginazioni, eccetera. Ma la parola “mistico” ha la stessa etimologia di “mistero”. E la vita, il reale, è pieno di mistero. Allora, un’esperienza mistica è quando si scopre la profondità della realtà della nostra vita; quando si sente che sotto ogni cosa c’è dell’altro. Diceva uno scrittore (Barzaghi): “La fede dona un’intelligenza che penetra il minimo per scorgervi il massimo”.

E io ho scoperto che dentro di me c’era Dio, e l’ho sentito; questo è il Natale, carissimi fedeli. E allora ho cominciato a vedere Dio negli altri. E’ qualcosa di grandioso, ma al tempo stesso semplicissimo, familiare, come quando una donna sente dentro di sé un bambino; è una cosa naturale; ma proprio perché è una cosa così naturale, che non ce ne accorgiamo più, perché siamo indifferenti alla realtà  profonda del mistero della nostra vita. E quindi siamo indifferenti anche a un Dio che nasce per donarci la salvezza.

E allora mi chiedo: “l’Annunciazione riguarda solo Maria o è qualcosa di tutti? La posta in gioco è molto alta, perché la sua storia è la nostra storia. Maria non è quella specie di semidivinità, ma è una donna che con la sua storia ci racconta la nostra storia, quella vera: c’è un pezzetto di Dio in noi, e vuole venire fuori, venire alla luce. E Maria non è quella disincantata figura, quasi asessuata, ma è esaltazione dell’umano, dell’umano tutto intero, corpo e spirito, innalzato fino a partorire Dio. E’ il Natale questo, il Mistero, non è una storiella.

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in noi”: Gesù viene nel mondo; e il mondo pare guardare altrove, pare troppo distratto, preso a fissare lo sguardo distrattamente altrove. Ma le cose più importanti accadono “dentro” la nostra vita, non “fuori”; ma non è scontato che ce ne accorgiamo. A volte l’ansia di vivere ci fa guardare altrove, e ci perdiamo l’adesso. Dio non abita l’altrove, Dio abita l’adesso: Gesù è nato ora, non ieri o domani ma ora. Il Natale non è un fare finta che Gesù venga nel mondo come in una favola, ma è aprire gli occhi sul fatto che Egli abita tutti i “presenti” della storia dell’umanità, tutti gli “ora” della nostra vita. Dio è adesso, Gesù è qui; è cronaca, non racconto per bambini. Gesù è dovunque. Ove c’è qualche Maria e Giuseppe disposti a volersi bene e a offrire un punto di appoggio, ad aprire il cuore per l’accoglienza, lì è Natale.

Maria incinta di Dio è l’immagine più potente che il Vangelo ci dà sul senso e il fine della nostra vita. Non è facile capirlo, l’ho detto , è un mistero, il Natale è un mistero: c’è questo Dio che si fa uomo… Ed essere incinti di Dio, incinti di luce, significa vivere alla presenza di questo Gesù che è nato; significa scoprirlo dentro la mia vita, che è un “presente” della mia esistenza. 

Noi andiamo per il mondo con la pancia gravida di luce, incinti di amore. La pancia, cioè non solo l’anima, ma tutta la nostra persona. Noi continuiamo a dividere, e Dio continua a tentare a unire, a fare un’unità, proprio perché soltanto così noi possiamo capire la nostra vita: quanto più la dividiamo, quanto più diventa incomprensibile e quanto più questo “ora”, questo “presente” di Dio non esiste più. E allora benedetto questo corpo, il suo vigore, la sua bellezza, la sua capacità di amare, di dare vita.

Scriveva Meister Eckhart: “Tutta la Scrittura sacra, tutta la vicenda di Cristo, hanno un solo scopo: fare nascere Dio dentro ciascuno di noi”. Perché soltanto così io posso scoprire il valore del Natale, posso comprendere che il Natale non è un giorno che passa, ma è un presente di tutta la mia vita; perché nel Natale Dio mi ha offerto la mia salvezza, mi ha offerto la vittoria sulla morte. Questo è il Natale, carissimi. E se è così il Natale, non posso lasciarlo passare, devo saperlo vivere ogni giorno! Tutti siamo chiamati a essere madri di Dio. Perché Dio ha sempre bisogno di venire nel mondo, di essere del mondo. Se questo povero mondo vuole rinnovarsi.

Dentro la nostra nudità si può trovare un Dio vicinissimo; ma lo dobbiamo cercare, lo dobbiamo far nascere dentro di noi; e allora possiamo sentire la gioia, come nei pastori. Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento, un avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere, non siamo noi, è Lui che ce lo fa conoscere. E allora forse dobbiamo riattivare quella tenerezza di fronte ad un presepio, non siamo freddi, non siamo indifferenti, perché il presepio è la realtà della nostra vita; è la profondità della nostra fede; è l’amore che si fa vedere, toccare, e vive con noi. Soltanto così, se noi riusciamo a sentire dentro di noi tutto questo movimento di amore e di tenerezza, possiamo dire: “Oggi è veramente Natale per me!”.

COSTRUIRE LA CASA DI DIO

(dall'omelia del 21.12.2014 - 4^ domenica di Avvento)

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SINTESI SCRITTA:

In questo periodo di Avvento, noi abbiamo imparato a valorizzare questo tempo, a essere capaci di accogliere quella Parola che nel mistero natalizio è diventata carne, è diventato uno di noi. Perché questo è il Natale. Cioè quel Dio Onnipotente, quel Dio potente, quel Dio imperscrutabile, quel Dio lontano, è venuto sulla nostra terra: questo è il mistero dell’Incarnazione, cioè il mistero del Natale.

Attraverso la Parola ascoltata noi ci accorgiamo che Maria accompagna questa nostra attesa. E ciascuno di noi è invitato a diventare “casa” dell’Altissimo, “casa” di questo Dio fatto uomo. E’ la Parola che edifica in noi la casa di Dio; che ci fa scoprire la Sua presenza è la Parola. E’ l’accoglienza della Parola che costruisce quella dimora interiore nella quale abita lo Spirito del Signore. E’ l’ascolto della Parola che ci “ri-genera” figli dello stesso Padre, Dio.

“Costruire la casa di Dio”. Davide ha ricevuto da Dio questo ordine; costruire una casa a quella dimora viaggiante che era l’Arca; ecco il grande Tempio di Gerusalemme. Ma noi, oggi, dove costruiamo questa casa di Dio? Questa costruzione parte, appunto, dall’ascolto della Parola, dall’invito a partecipare all’Eucaristia. Perché è dalla Parola e dalla Comunione del Pane spezzato per noi, che si costruisce la comunità della casa di Dio, non c’è altra strada; è questa, è l’unica. Si tratta di scoprire, appunto, la profondità e la meraviglia della Parola di Dio. Come la profondità e la meraviglia di questo Dio fatto uomo che è contenuto in un pezzo di pane.

Perché è facile credere in un Dio lontano, e penso che la maggior parte dei cristiani la pensano così: “un Dio, sì, credo in un Dio…” Ma dov’è questo Dio? Che cosa fa questo Dio? Non lo sanno. Ecco perché non si vive più la comunità, non si sente più il desiderio dell’ascolto per poter approfondire questo Dio lontano.  E’ semplice dare la propria adesione a un Dio distante, che non interferisce nei nostri programmi, nelle nostre scelte; e si tiene alla larga delle nostre vicende quotidiane. Ma quando Dio si fa vicino, quando domanda di entrare nella nostra vita, quando fa irruzione nella nostra esistenza, allora le cose sono ben diverse. Ecco, questo è semplicemente quello che è accaduto a Maria, niente di più. Quel giorno è stato per lei un giorno decisivo; da quel giorno nulla è stato più come prima. Ma sono incominciate subito anche le difficoltà. Ecco il motivo per cui i cristiani di oggi si tengono lontani da Dio; perché non vogliono avere l’impegno di cercare, di scoprire la novità che questo Dio porta quando si avvicina alla nostra vita; vogliamo essere comodi, noi. E che cosa ha proposto Dio alla Vergine? Le ha chiesto semplicemente di diventare la madre di Suo Figlio, di accettare un ruolo importante nella storia di salvezza che Dio aveva prestabilito; ma senza ulteriori spiegazioni, chiarimenti; senza dissipare l’oscurità del suo futuro, di quello che l’aspettava. Dio ha semplicemente invitato Maria a fidarsi di Lui, niente più; è quello che chiede a ciascuno di noi, se vogliamo esserlo cristiani. Fidarsi di Lui, fidarsi della Sua presenza, fidarsi del Suo amore, fidarsi dell’azione misteriosa dello Spirito che abita in noi: ci chiede questo, come ha chiesto alla Vergine. Ma come è diversa  la nostra risposta da quella della Vergine? Forse questo non ce lo siamo mai domandato. La Vergine ha detto “Sì, eccomi”. Probabilmente invece noi ci saremmo trovati in grande imbarazzo a rispondere a questo invito. E non solo per la meraviglia, per lo stupore, per la grandezza della proposta; ma per il bisogno di saperne di più, di fare i nostri calcoli, di mettere insieme i nostri “pro” e i nostri “contro”, i nostri “ma”, i nostri “se”, di fronte alla proposta di questo Dio che vuol venire ad abitare in noi. E allora con tutte queste difficoltà, nel frattempo il Signore passa, il tempo passa, e noi non rispondiamo. Il tempo passa e la nostra risposta è ancora silenziosa; cioè non riusciamo ad avere il coraggio di rispondere. Ma fossimo anche capaci di rispondere no, ma chiaramente! Saremmo forse più coerenti nella nostra vita, saremmo forse più leali nella nostra vita; invece no, noi tergiversiamo, e il tempo passa. Maria invece… Maria si è affidata a Dio, anche se era un Dio scomodo, che portava uno sconquasso nella sua esistenza di una vita tranquilla, ordinaria, promessa sposa di Giuseppe. Maria si è abbandonata a Dio, al Suo progetto, senza chiedere altre spiegazioni; le è bastata la Sua Parola, perché Dio è fedele. Un altro aspetto che noi dimentichiamo nei nostri rapporti con Dio: la fedeltà.   Ma quel “si” non è stato decisivo soltanto per lei, ma anche per tutti noi, per gli uomini e le donne di ogni tempo, per la storia della salvezza che ha iniziato, per tutto il futuro dell’umanità; quel “si” ha cambiato totalmente la storia dell’umanità, la storia dell’uomo.

E allora, in questo approssimarsi del Natale, noi siamo disposti a fidarci di Dio? Quando si fa tanto vicino a noi da essere terribilmente scomodo; quando cambia i nostri progetti, in nostri sogni; siamo disponibili? Siamo pronti anche noi a dire quel “si” che cambia la nostra vita e la vita degli altri che incontriamo? Siamo capaci di avere quella forza di testimonianza, sulle strade del mondo,  che noi abbiamo incontrato Dio in quel bimbo nato?

Maria si pone nelle mani di Dio come serva, per diventare la Madre dell’umanità. E’ questo che dobbiamo essere capaci di verificare in questo tempo di preparazione: veramente, cosa succede dentro la nostra vita? Come è la nostra esistenza quotidiana? Come è, o come stiamo costruendo l’Incontro con questo Gesù fatto uomo, fatto uno di noi?

LA GIOIA DELL' ATTESA

(dall'omelia del 14.12.2014 - 3^domenica di Avvento)

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SINTESI SCRITTA:

In questo periodo di Avvento stiamo cercando di valorizzare il tempo della nostra esistenza nella prospettiva dell’attesa. Se guardiamo fuori e ci guardiamo attorno, è già Natale, tutti ne parlano. Ma se scrutiamo il nostro cuore ci accorgiamo che siamo ancora assai lontani dal capire e vivere questo tempo di attesa.

Il desiderio della festa e l’esperienza della gioia sono molto affini: si fa festa per cercare la gioia, e quando si vive la gioia è festa. L’atteggiamento e l’esperienza della gioia ci donano un’altra indicazione su come vivere l’attesa del Signore. Se noi domandiamo alle persone: “Sei gioioso?”, non so chi risponde “sì”; forse ci fa un sorriso, ma non ci dà una risposta; perché gli manca la profondità interiore della gioia; non sa più cosa vuol dire sentire dentro il proprio intimo questa realtà gioiosa:  "perché aspetto il mio Signore, perché so che verrà, perché so che è la mia gioia".

Nella seconda lettura di oggi ci vengono indicati dei suggerimenti che, insieme, vanno a formare un’orchestra, l’orchestra della gioia. Perché la gioia non la si vive da soli; per vivere la gioia ho bisogno di essere con l’altro, di essere con altri: dove  ogni singolo strumento fa la sua parte. Ma solo nell’insieme sperimentiamo la gioia del Vangelo. Perché oggi è difficile vivere la nostra fede? Perché non abbiamo unità, non abbiamo la voglia di incontrarci, non sentiamo l’invito di trovarsi assieme nella assemblea della Celebrazione, quindi siamo dispersi.

L’esperienza della gioia è complessa, perché legata a diversi fattori che devono amalgamarsi in armonia: ecco cos’è la comunità cristiana; e san Paolo ne enumera alcuni, e li mette tutti insieme per indicare uno stile di vita cristiano. Innanzitutto la preghiera; continuamente Dio ci invita: “Pregate con insistenza”, continuamente. E chi prega oggi?... Rendere grazie; perché ho già ricevuto tanto dal mio Signore. Non spegnere lo Spirito che abita in noi; quante chiacchiere, quante divisioni, quante polemiche uccidono quello Spirito che è venuto in noi mediante i Sacramenti. Non disprezzare la Parola di Dio. Vegliare, essere attenti, non trascurare ogni cosa che viene da Dio, e tenerla come bontà della nostra vita: cioè il discernimento, se ne parla tanto tra i cristiani. Poi astenersi dal male, essere irreprensibili. Questi sono tutti atteggiamenti del cristiano che favorisce la comunità per costruirla nella gioia. Se noi non siamo nella gioia, non abbiamo ancora capito che cos’è la Chiesa di Cristo; non abbiamo ancora capito che noi siamo i destinatari di un annuncio di novità, di un annuncio di bellezza. Non abbiamo ancora capito questo, ecco dove sta la nostra tristezza!

Noi ieri sera abbiamo fatto un concerto meraviglioso; era veramente un modo nuovo di capire cosa vuol dire prepararci a festeggiare nella gioia il Natale del  Signore.  Dobbiamo essere capaci di saper sfruttare maggiormente queste esperienze della nostra vita se vogliamo rinnovarla, altrimenti continueremo con le nostre cantilene monotone, a ripetere continuamente le stesse cose con una monotonia stupefacente, senza accorgerci della noia che nasce nel nostro cuore. E quindi se c’è noia non ci può essere gioia, non ci può essere attesa, non ci può essere trepidazione perché il mio Signore sta venendo nella mia vita, sta nascendo dentro di me.

Abbiamo bisogno di rinnovare la nostra vita,  attraverso quella Parola che dobbiamo poi custodire nel cuore; allora nasce l’armonia nella nostra vita, quell’armonia che ogni volta che incontriamo la persona la comunichiamo, e assieme piano piano facciamo l’orchestra. E l’orchestra è sempre un insieme di suoni, di musiche, ma in armonia però: ciascuno porta il suo timbro, la sua voce e, nell’insieme, si crea questa gioia: che è bello lo stare assieme!

L' IMMACOLATA... MODELLO DI VITA E DI GRAZIA

(dall'omelia del 8.12.2014 - Solennità dell'Immacolata Concezione della B.V. Maria)

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SINTESI SCRITTA:

Solennità dell’Immacolata Concezione. Le letture che abbiamo ascoltato le ritroveremo ancora nel cammino della preparazione al Natale; perché sono quella Parola di Dio che ci fa capire come è entrata la grazia nel mondo, dopo che questa era stata tolta mediante la disobbedienza degli uomini.

La Vergine Immacolata è la Madre che ha dato la  possibilità a Dio di generare Suo Figlio.  Noi diamo per scontato che la Vergine ha detto “sì”, ma era libera come noi di dire “no”; e quanti “no” noi diciamo a Dio, e quindi quanti impedimenti noi facciamo alla grazia di Dio per trasformare il nostro paese e il nostro mondo… E’ soltanto la nostra risposta affermativa che può cambiare la nostra vita e la vita dell’umanità; non c’è altro mezzo. Non sono le leggi degli uomini che creano la perfezione, nella persona e nei rapporti tra persona e persona, ma è quella risposta generosa che noi diamo a Dio nel “sì”.

Noi siamo nati peccatori, ma siamo stati inseriti nella Redenzione attraverso una grazia, la stessa grazia che ha preservato Maria dal peccato originale. La grazia è qualcosa in profondità del nostro essere, ed è quella che crea la bellezza; una bellezza che non può essere contagiata dal male, se non nella nostra libertà di accettazione. La grazia è la bontà smisurata di Dio che entra nella nostra vita. Una bontà che non cede mai al  risentimento, non coltiva rancore; la grazia è al di sopra di tutte le nostre meschinità. Anzi, proprio quando i primi uomini hanno dimostrato la loro ingratitudine – e addirittura il sospetto nei confronti di Dio – Dio annuncia di non darsi per vinto: ecco l’Immacolata!

Non dobbiamo vedere l’Immacolata come qualcosa di irraggiungibile, ma è semplicemente un modello di vita che noi possiamo raggiungere. Ma dobbiamo seguire la stessa strada, ecco il problema. Come Maria è stata fatta Immacolata per grazia, così anche noi, per grazia, siamo stati redenti, siamo stati liberati dai nostri mali, siamo stati inseriti nella stessa vita di quel Cristo che la Vergine ha generato.

La grazia viene in noi attraverso la liberazione dei nostri peccati, e il peccato si toglie dalla nostra vita soltanto mediante la Riconciliazione, non c’è altro mezzo. Quindi, se noi non siamo riconciliati, non siamo sotto la grazia di Dio; forse noi abbiamo smarrito questa realtà, questa verità. Che trasforma la nostra vita, che ci fa camminare in un cammino di conversione, è la grazia, non sono i nostri progetti, i nostri propositi, il nostro lavoro, il nostro impegno: è semplicemente la grazia di Dio che ci viene donata esclusivamente attraverso la Riconciliazione.  

A Maria Dio si rivolge per chiederle di partecipare da protagonista al Suo disegno di amore. E’ la volontà che Dio ha su ciascuno di noi, anche a noi continuamente Dio si rivolge, perché vuole continuare a proporre al mondo il Suo amore. C’è questo  disegno di salvezza che  ha sull’umanità. Maria  è  libera di accettare o di rifiutare, perché  Dio  rispetta sempre   la  nostra  libertà.  E’ così anche per noi, carissimi. Se noi ripassiamo i nostri anni di vita, quante volte noi abbiamo  detto “sì” o “no” a Dio? Ecco dove sta la nostra incapacità di camminare verso la perfezione della nostra vita, verso la gioia di vivere, verso l’armonia degli incontri.  

Del resto quello che Dio offre e chiede che cos’è? E’ semplicemente l’amore, Dio non ci chiede altro; ci chiede di essere capaci di amarlo e di amarci tra noi, basta! E questo può avvenire soltanto attraverso la libertà che noi siamo capaci di comprendere e di usare; perché  è soltanto  nella libertà che ci può essere un amore autentico.

Ecco perché allora l’Immacolata diventa modello di vita. Perché la risposta che l’Immacolata ha dato all’Angelo può essere anche la nostra risposta; perché anche noi viviamo nella libertà. Ed è proprio questa risposta generosa che trasforma la nostra vita, che rende gioiosa la nostra vita. Se viviamo nella grazia, tutta la nostra vita viene trasformata, tutto viene rinnovato; non per i nostri meriti, ma per quel dono immenso della grazia che Dio riversa su di noi.

ASCOLTARE LA VOCE CHE E' DENTRO DI NOI...

(dall’omelia del 7.12.2014 - 2^Domenica di Avvento)

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SINTESI SCRITTA:

Siamo nella 2^domenica del Tempo di Avvento. Questo periodo liturgico parla sempre del tempo. Tutto il tempo che noi trascorriamo in questo mondo è un tempo di preparazione; richiama continuamente l’attesa del Signore che ritornerà.  

La Liturgia in questo periodo di Avvento continuamente sottolinea l’importanza del tempo che stiamo vivendo su questa terra; perché? Perché dobbiamo andare verso la mèta, cioè l’Incontro con il nostro Signore. Se il nostro tempo è tutto orientato verso la preparazione di questo Incontro, allora qualunque momento è valorizzato, qualunque momento ha un significato profondo, qualunque momento può far risvegliare in noi la gioia dell’Incontro; cioè una speranza che continuamente aumenta dentro di noi.

E questa tensione che accompagna tutta la vita umana, è espressa chiaramente dall’invito di sant’Ignazio Di Loyola quando scrisse: “Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio”. Tenere presente questo, sicuramente trasformerebbe la nostra vita e i nostri rapporti; perché la presenza di Dio non è prodotta dalla nostra preparazione, ma nello stesso tempo se non sono preparato, se non sono sveglio, se non sono in attesa, anche la presenza più evidente mi sfugge, cioè non riesco a percepirla nella mia vita. E allora ecco che noi entriamo in questa pazienza del tempo, che diventa poi il tempo della pazienza: è il tempo che passiamo su questa terra. Perché noi dobbiamo avere fretta? Fretta di andare dove? Fretta di fare che cosa? Quando il Signore Dio ci dà tutto il tempo della nostra esistenza per prepararci all’unico Incontro, che sarà la nostra felicità eterna. Allora ecco come crollano tante ansie, tante preoccupazioni, tante paure della nostra esistenza; se, siamo capaci di vivere come ci suggerisce la Liturgia di questo periodo di Avvento: “Preparate la via del Signore”… è questo!

E quali sono le nostre azioni rivolte verso questa preparazione?

L’attesa del giorno del Signore ci pone di fronte alla verità della nostra esistenza terrena; che in fondo è l’esperienza che noi facciamo della libertà – che Dio ci ha dato – e dell’alterità dell’altro, della diversità dell’altro che continuamente noi incontriamo nella nostra vita. Quando il tempo è di Dio, non è mai perduto, ma sarà sempre salvato e salvaguardato, perché possa essere per noi la strada di pazienza, di preghiera, di santità, di attesa.

Ecco, allora qui si inserisce l’appello alla conversione, in questo tempo; noi siamo invitati a prendere sul serio il messaggio di Giovanni il Battista, cioè a conoscere che Colui che è venuto nella carne è in grado di trasformare la nostra vita, che è la vita dell’umanità intera; dobbiamo prendere visione di questa realtà. Allora svegliamoci, lasciamoci destare da questa voce che grida, perché ci strappa dai nostri ritmi abituali –  alle volte un po’ sonnolenti –  e ci obbliga a scrollarci di dosso il torpore e a renderci disponibili alla novità del giorno dopo. Ecco cos’è l’Avvento: il tempo in cui noi siamo messi di fronte alla novità; cioè questo Bimbo è Dio, quindi ha sempre qualcosa di “nuovo” da proporci, ecco l’attesa, ecco la gioia del domani! Noi dobbiamo quindi lasciare che il Battista apra i nostri cuori alla realtà che ci sta attorno.

Guidati quindi da queste parole liturgiche, potremo veramente scoprire che il Regno di Dio non è una illusione ma è una realtà che vive in mezzo a noi, qualcosa che si sta muovendo e sta cambiando la nostra vita. Si tratta semplicemente di ascoltare il cambiamento che avviene dentro di noi, il cambiamento che siamo capaci di fare, le nostre scelte, le nostre decisioni. Il Battista ci dice: “Prendi il coraggio a due mani”, per poter accorgerci di questo cambiamento; perché il Signore che viene non ci lascia nella realtà della nostra vita di ieri, ma ci propone la novità del domani.

Ecco, soltanto in questa prospettiva e in questa realtà vissuta nel tempo, noi possiamo scoprire, l’uomo potrà vedere la salvezza di Dio. Quindi non dovremo aspettare la fine per vedere la salvezza, ma la possiamo scoprire giorno dopo giorno, se siamo capaci appunto di preparare, di ascoltare questa voce che è dentro di noi; alle volte cerchiamo di soffocarla con i nostri frastuoni, con le nostre voci, ma “c’è” dentro; basta un momento di attenzione, un momento di silenzio, ecco che questa voce si fa udire. E da questo ascolto noi possiamo trasformare tutta la nostra esistenza, aumentando quella speranza di un domani veramente gioioso.

OCCHI APERTI E CUORE DESTO...

(dall’omelia del 30.11.2014 - 1^Domenica di Avvento)

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SINTESI SCRITTA:

Iniziamo il nuovo Anno Liturgico, Tempo di attesa. Come lo è tutta la nostra vita un’attesa: noi attendiamo Colui che ci ha creati, che ci ha dato un’esistenza, che ci ha ottenuto la liberazione, che ci ha salvato. Noi viviamo in questa attesa.

Ci chiediamo – e chiediamo agli esperti – che tempo fa? Ma pochi si pongono l’interrogativo: “Che Tempo è quello che sto vivendo? Come si chiama? Come si vive?”. E a questi interrogativi vi risponde precisamente la Parola di Dio di questa domenica. Dio ha premura della nostra vita, Dio vuole che noi non sciupiamo il tempo che ci è stato donato. Dio lo vuole… e noi? Noi siamo troppo distratti, passiamo il nostro tempo in dormiveglia, senza nessuna scossa che ci fa capire che il Signore sta avvicinandosi alla nostra vita.

Se sei distratto, se ti lasci prendere dagli impegni e dagli affanni della vita, questo rimane un tempo chiuso e stressante, un tempo amaro, un tempo inutile. E come tutte le grandi cose della vita, la fede in questo tempo di aspettativa ci chiede attenzione, ci chiede percezione del mistero che noi stiamo vivendo giorno dopo giorno. “Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento”.

L’Avvento ci mette in uno stato di vigilanza, con lo sguardo proteso come chi, alla stazione o all’aeroporto, attende un amico, e ha paura di perderlo, di non trovarlo in mezzo alla folla. La distrazione, il ritardo prolungato, la stanchezza, il sonno, giocano brutti scherzi alla nostra esistenza, e impediscono l’Incontro per cui esistiamo. Il Messia è venuto, ma viene ancora, e verrà alla fine dei Tempi. Nella Celebrazione continuamente la Liturgia ci fa ripetere: “Nell’attesa della Sua venuta”, continuamente.

L’Incontro con Lui, con il mio Signore, è ciò che dà sapore alla mia vita; l’attesa di Lui rende interessante anche i giorni di pioggia; è questo il senso del tempo (di ogni tempo, di tutta la storia, della mia piccola vita), il valore dentro questa attesa. Se noi non ci accorgiamo che stiamo aspettando il nostro Signore, che vita stiamo conducendo? Noi cristiani, oggi, nelle nostre famiglie, in che modo stiamo preparando la venuta del Signore?  Arriverà Natale… Dopo aver fatto delle dormite enormi, ci svegliamo… è già passato! Ecco il Natale dei cristiani di oggi: è un’aberrazione, è una contraddizione scandalosa che noi diamo al mondo. Dobbiamo recuperare il Tempo dell’Avvento!

Ogni Anno Liturgico inizia con questo Tempo, e non è casuale, perché lega strettamente il tempo degli uomini – scandito da orologi e da calendari – e il tempo della Provvidenza, che non è scandito da un ritmo materiale, ma dall’attesa. Il cammino dell’Avvento sta proprio nel saper vivere il tempo che Dio ci dà, cioè la nostra esistenza. E l’orazione che diremo al termine di questa Celebrazione dice: “La partecipazione a questo Sacramento, che a noi pellegrini sulla terra rivela il senso cristiano della vita, ci sostenga nel nostro cammino verso l’eternità”. Cioè dobbiamo forse, in questo Tempo di Avvento, fare molta attenzione alla Celebrazione della Parola e dell’Eucaristia, proprio per entrare nella valorizzazione del tempo della nostra esistenza. L’inerzia, il sonno, che possono addormentare il cuore, sono legati all’esperienza del tempo favorevole – il “Kairos” –, ma questo può diventare semplicemente un tempo meccanico – “il Kronos” – in cui noi viviamo inconsapevoli dell’importanza della nostra vita terrena. Abbiamo bisogno di superare la superficialità; abbiamo bisogno di vincere la nostra leggerezza, la nostra pigrizia; abbiamo bisogno di essere più ordinati nell’adempiere i nostri impegni verso il Signore Gesù, nostro Salvatore. Abbiamo bisogno di essere più vigilanti. Più vigilanti: perché senza la vigilanza noi stiamo sprecando il tempo. Ce ne accorgiamo? Passano giorni, settimane, mesi, anni; e la nostra vita: che cammino ha fatto? Che perfezione ha raggiunto? Che gioia ha conquistato? Abbiamo bisogno di rendere prezioso questo Tempo di Avvento, proprio perché è il tempo che ci prepara all’Incontro, quell’Incontro che sarà l’eternità della nostra vita, la Beatitudine. Abbiamo bisogno di avere “occhi aperti” sulla realtà della nostra vita; “occhi aperti” non appesantiti dal sonno; “occhi puntati” sulla realtà, in un modo attento e lucido; “occhi aperti” che sanno dove guardare e cosa vedere, perché c’è una Parola che guida lo sguardo, che orienta il percorso, che insegna a decifrare quello che sfugge alla vista dei più.

Ma ci vuole anche il “cuore desto”, che vuol dire affidarsi a Colui che deve venire, che è venuto, e che verrà; e questo è vivere un’esistenza nuova, libera dalle illusioni; un “cuore desto”, con dentro una speranza sconfinata.

E quando abbiamo “occhi aperti” e “cuore desto”, le mani diventano operose, capaci di compiere il bene, di soccorrere, di aiutare, di consolare, di rialzare, di portare i pesi gli uni degli altri, di costruire un mondo nuovo. Mani operose, che non hanno paura di scorticarsi quando si tratta di affrontare sentieri scoscesi, di lottare contro il male, con la forza del nostro amore. Mani aperte, generose, guidate dalla bontà, dalla tenerezza, dalla compassione. Ecco cos’è il Tempo di Avvento. Ecco come noi dobbiamo prepararci al Natale di Gesù; per poter trasmettere in famiglia questa realtà; perché noi credenti dobbiamo sentirci impegnati in prima fila a ricostruire una famiglia nuova, fondata sulla fedeltà e sulla Verità della Parola del Signore.

CRISTO RE DELL' UNIVERSO... E DELLA NOSTRA VITA!

(dall’omelia del 23.11.2014)

La solennità di Cristo Re dell’universo conclude l’Anno Liturgico della Chiesa.  

Dio ha affidato tutto l’universo al Figlio Suo Cristo, quindi anche noi siamo stati consegnati a Lui.

Durante la Sua vita, spesse volte la gente voleva nominare Gesù “re”. Nei Vangeli è chiamato re in diverse occasioni. Nei racconti della Natività è definito dai Magi “re dei Giudei”; nel racconto della Passione, Pilato rivolgendosi a Gesù lo interroga sul Suo essere “re dei Giudei”; e Gesù non nega: “Tu lo dici…”. Sappiamo anche che la scritta posta sulla croce, con il motivo della condanna, dichiara: “Costui è Gesù, re dei Giudei”. Anche nel brano evangelico odierno (Mt 25,31-46) Gesù, richiamando il giudizio finale, usa la stessa espressione per indicare il Figlio dell’uomo che verrà nella gloria: “Allora il re dirà…”.

Questo che significa? Vuol dire che è Re anche della nostra vita, è Signore della nostra vita. In questa domenica noi Lo contempliamo così: “Signore, Re e giudice di tutto il creato, poiché per mezzo di Lui ogni cosa fu fatta ed esiste , e a Lui ogni cosa farà ritorno”.

Nella scena del giudizio universale incontriamo due precisi titoli cristologici (cioè che si riferiscono a Cristo): Figlio dell’uomo e Re. Lo hanno deriso, Lo hanno ucciso, per queste affermazioni. Ma adesso tutto è ribaltato: il Cristo non è più giudicato, ma è diventato Lui stesso giudice dell’universo.

La nostra fede ci fa contemplare in anticipo, in questa solennità, la profezia di Gesù che verrà nella gloria del Padre. E su che cosa noi saremo giudicati? Secondo ciò che noi abbiamo ascoltato è semplice: noi verremo giudicati se Lo abbiamo riconosciuto nel povero, nel misero, nell’indigente, nell’emarginato, nell’ammalato; se noi abbiamo riconosciuto in queste persone il volto del Cristo; ecco, questo è il nostro giudizio. Lui non ha bisogno dei nostri peccati, ma ha bisogno della nostra riconoscenza nel volto del prossimo della Sua presenza. Questo è il giudizio. Cioè se realmente quell’amore che noi diciamo di avere verso Dio lo ritroviamo nel prossimo, se realmente noi nel prossimo riconosciamo la Sua creatura. Non è facile. Esaminiamo la nostra vita, verifichiamo se, al termine di un anno che abbiamo trascorso nell’ascolto della Parola, abbiamo migliorato nel riconoscere il volto del Cristo nelle persone che abbiamo incontrato. Perché qui sta la perfezione, qui sta il nostro giudizio. Ma per fare questo dobbiamo prima essere capaci di entrare in noi stessi. Abbiamo riconosciuto questo volto glorioso e sofferente del Cristo nella nostra vita? Ci siamo accorti che la nostra vita se è vissuta in questa comunione col Cristo, sofferente e glorioso, trasforma la nostra esistenza? E allora è più facile scoprire nelle persone che incontriamo, la stessa realtà che abbiamo scoperto dentro di noi.

In questa ultima domenica, a chiusura dell’Anno Liturgico, la Parola di Dio ci fa riflettere su questo giudizio.  Tante volte noi abbiamo paura del Signore perché non Lo conosciamo, Lo pensiamo giudice (ed è giudice) ma è anche Pastore, Colui al quale Dio ha affidato tutto l’universo; e Gesù è venuto per radunare tutte le genti, per condurle ai “pascoli erbosi” di un’eternità beata. E allora Gesù verrà, nella Sua misericordia, verrà a giudicare sull’amore che noi abbiamo vissuto su questa terra, sul primo e più grande Comandamento – come spesse volte la Bibbia ci ricorda –, su quanto e come avremo saputo amare.

Nel giudizio di Dio il male coincide con il “non amore”,  il disinteresse, l’egoismo, la chiusura dei nostri sentimenti, della nostra vita, delle nostre azioni. La maledizione che Dio pronuncerà sulla creatura che non ha osservato e non ha vissuto l’amore è questa: “Via, lontano da me!” Certamente allora chi avrà vissuto la sua vita senza amore, avrà ben da temere e da tremare in quel giorno; mentre non così avverrà per tutti coloro che attendono la giustizia dal loro Dio perché hanno affrontato e sopportato soprusi, sofferenze, dolore, ingiustizie,  da parte degli uomini.  Il Signore li riscatterà,  perché ogni vita è costata il Suo sangue.

All’occhio di Dio nulla è sfuggito, da Adamo fino alla fine. E la Chiesa ha ferma speranza e fiducia certa nelle promesse del Cristo, sapendo che non sono vane consolazioni, perché Dio non mente.

Davanti alla Parola che noi abbiamo ascoltato, tutti gli uomini che la Bibbia definisce “di buona volontà” – cioè colore che amano Dio e sanno vivere l’amore verso il prossimo – sono chiamati a esultare; per loro non c’è timore per l’attesa del Cristo, anzi, la Sua venuta sarà come una liberazione dalla loro condizione di sofferenza, di afflizione e di dolore.

Fin dai primi tempi, nella Chiesa risuona l’invocazione “Maranathà!”, cioè “Vieni, Signore Gesù!”; e l’ultimo Libro della Bibbia si chiude con questa invocazione, e rimane aperto alla speranza, che per noi è certezza della venuta del Signore. Non si può allora temere l’attesa di una persona che si ama, anzi, si desidera che venga presto. Questa invocazione deve accompagnare il nostro periodo che si apre, il periodo di Avvento, perché ci aiuterà ad alimentare questo desiderio di Dio e della Sua venuta. Abituiamo quindi il nostro cuore a vivere l’attesa del Signore, perché tutta la nostra vita è attesa; terminiamo un Anno Liturgico in cui abbiamo camminato verso questo ritorno, e iniziamo il nuovo Anno ancora sempre nella stessa attesa: che il mio Signore ritorni, a liberarmi e a darmi la gloria del regno del Padre.

SE I TALENTI NON DANNO FRUTTI...

(dall'omelia del 16.11.2014)

Il mese di novembre ci invita ogni anno ad una particolare riflessione, sulla nostra vita che passiamo su questa terra e sulla mèta verso la quale siamo incamminati. Si inizia con la festa di tutti i santi, il ricordo dei defunti, e si chiude con la I^ domenica di Avvento, inizio del nuovo Anno Liturgico.

Dentro alla Parola delle domeniche precedenti, e anche in  quella di oggi, troviamo la Parola di Dio che ci invita a meditare sulle “cose ultime”. Che significa “cose ultime”? Non si riferisce soltanto a ciò che conclude, che pone la parola fine (la morte), ma soprattutto a ciò che, venendo per ultimo, rimane. L’Apostolo Paolo ritorna spesso su questi temi, infatti in questa domenica ci parla del ritorno del Signore, un ritorno che comporterà una presenza nuova e definitiva, e ci condurrà ad essere per sempre con il Padre. L’Apostolo utilizza immagini simboliche, efficaci, come il ladro che viene di notte e le doglie di una donna incinta. Sono immagini che esortano ad essere pronti e vigilanti, perché il ritorno del Signore giungerà senza preavviso; quindi l’inutilità di ricorrere a maghi, fattucchieri, indovini, ecc.

Ma chi vive come figlio della luce non sarà sorpreso; essere figli della luce significa non dormire ma vigilare, essere attenti e pronti.

Nella parabola dei “talenti” (Mt.25,14-30), l’attenzione si focalizza sul terzo servitore; questi in particolare ha un’idea ben precisa del suo padrone, cioè quella di “un uomo duro, che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso”. Di fronte a questa visione di Dio c’è posto solo per la paura. E la paura del “servo malvagio e infingardo” nasce dalla incomprensione dell’opera del suo padrone. Questi affida ai tre servi, “secondo le loro capacità”, i talenti da trafficare come segno della fiducia che ha nei loro confronti. Il trafficare i propri talenti è il vivere con fedeltà il Vangelo, nelle concrete situazioni di ciascuno; è il non vergognarsi del Vangelo, a cui richiama Paolo in Romani 1,16, e quindi il non nascondere agli altri il dono di Dio che abbiamo ricevuto. I talenti possono essere i doni che ci circondano (la natura, il creato) affidati all’uomo. I talenti possono anche essere il prossimo, gli amici, la famiglia. E ancora: la salute, e se ne potrebbero elencare molti altri…

Di tutti questi doni un giorno ci verrà chiesto quale frutto hanno prodotto in noi… In mezzo a tutti questi talenti-dono una cosa emerge, l’invito a non essere inoperosi, a vincere la pigrizia, a non chiudersi in se stessi ma ad essere aperti, accoglienti, misericordiosi perdonandoci a vicenda, vigilanti, attenti a non sciupare i talenti ricevuti e a non nasconderli.

Il terzo servo (nel quale la maggior parte di noi si rispecchia) pensa che il suo padrone sia “un uomo duro, che miete… “, cioè insinua che il padrone agisce per avidità e cerchi un ingiusto guadagno, sfruttando il lavoro dei suoi servi. Soltanto capovolgendo questa logica, la paura può essere vinta.

Fin dalle origini, la Scrittura descrive la realtà dell’essere umano, maschio e femmina, che cede alla tentazione di voler superare i propri limiti, cioè il rifiuto di accettare l’alterità di Dio. Infatti, nel momento in cui l’essere umano si vuol porre al posto di Dio, si accorge di essere nudo e ne prova vergogna davanti al suo simile e paura di fronte a Dio. Quindi soltanto l’amore di Dio vince questa paura e fa sì che non si provi più  vergogna di fronte al prossimo. Nel Cristianesimo ciò si realizza grazie all’opera redentrice di Gesù Cristo che realizza l’amore di Dio attraverso la misericordia e il perdono; l’uomo riconciliato supera la paura dinanzi a Dio e la vergogna davanti al prossimo.

UNA COMUNITA' DI PIETRE VIVE

(dall'omelia del 9.11.2014)

Voi siete il tempio di Dio… siete abitati dallo Spirito Santo e radicati sulla roccia che è Cristo; quindi ascoltare e praticare la Sua Parola è costruire saggiamente la casa della nostra vita, è contribuire ad edificare il tempio spirituale che è la comunità cristiana, è saper cogliere il legame tra Chiesa-edificio e Chiesa-comunità di credenti, presenza di una comunità che come il lievito nella pasta è fermento per la vita degli uomini e della società. Una comunità costruita da pietre vive che con entusiasmo sa annunciare la Bella Notizia (Vangelo), che la testimonia con tenacia, che cerca di rendere viva la società nella quale vive.

Questo e altro nella "rete" possiamo conoscere, tutto può servire per migliorare la vita.

                                                                                                Padre Albino